Cesare Pavese: l’animo sensibile che diede poesia agli uomini

0 3.328

Paesi tuoi, La luna e i falò, Lavorare stanca, Il mestiere di vivere, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi: titoli evocativi e fondamentali per la letteratura italiana del Novecento. Si tratta di romanzi e raccolte di poesie prodotti da un’unica penna, quella di Cesare Pavese. Pavese nacque in provincia di Cuneo, a Santo Stefano Belbo, il 9 settembre del 1908, e sempre nella sua regione morì, a 41 anni, ma questa volta a Torino, il 27 agosto del 1950. La sua fu una vita di poesia, scrittura, insegnamento e impegno politico, a cui la cultura italiana deve il giusto tributo.

Cesare Pavese: l’animo sensibile che diede poesia agli uomini
Cesare Pavese e Constance Dowling

Cesare Pavese visse i primi sei anni della sua vita nel paesino di Santo Stefano Belbo, trascorrendo un’infanzia purtroppo travagliata da problemi familiari, dovuti soprattutto a diverse malattie che portarono via prematuramente i suoi familiari, tra cui il padre. Frequentò la prima elementare nel suo paese di nascita, mentre dalla seconda elementare in poi studiò a Torino. Durante gli anni al liceo classico, prima al Cavour e poi al D’Azeglio, maturò la sua passione letteraria e incontrò coloro che gli furono amici per tutta la vita, come il drammaturgo e sceneggiatore Tullio Pinelli. Il suo percorso formativo proseguì con l’iscrizione alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino, in cui conobbe Norberto Bobbio e Giulio Einaudi. La sua tesi di laurea si intitolava Interpretazione della poesia di Walt Whitman, frutto della sua illimitata (nonché eversiva) passione per la letteratura statunitense.

Finita l’Università, e a seguito della morte della madre, Pavese dovette farsi carico della propria famiglia. Per guadagnare decise dunque di dedicarsi all’insegnamento e alle traduzioni di quei romanzi che sarebbero poi diventati grandi classici della letteratura anglosassone: Moby Dick o La balena di Herman Melville, Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce, Uomini e topi di John Steinbeck. Frattanto, insegnava in alcune scuole come supplente, lavorava nelle scuole serali o impartiva lezioni private. Fu in questi anni – i primi anni Trenta – che cominciò a scrivere testi per la sua celebre raccolta poetica Lavorare stanca, che dipinge squarci di vita malinconici, in cui la felicità è un miraggio equivoco e lontano. Anche l’amore, che ci sospinge verso altri esseri umani, è solo un’illusione passeggera; la solitudine rimane l’unica vera realtà, come emerge da questi versi:

Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà

ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.

(da Incontro)

Sempre durante gli anni Trenta, Pavese ottenne una collaborazione con la neonata casa editrice Einaudi, divenendo direttore della rivista La Cultura. Questo però gli costò l’arresto e la condanna al confino a Brancaleone Calabro per antifascismo; molti intellettuali che lavoravano per Einaudi erano infatti antifascisti e vicini al movimento dei fratelli Rosselli, Giustizia e Libertà. Durante il confino cominciò a tenere uno zibaldone, ovvero l’embrione del diario Il mestiere di vivere. Ancora una volta, il filo conduttore è la solitudine, dalla quale nemmeno l’amore può salvare, poiché l’amore non solleva dal dolore, bensì infierisce. Non a caso, nella poetica di Pavese Eros e Thanatos sono i due volti simmetrici di un’erma bifronte:

Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.

Dopo il confino, il ritorno a Torino riservò a Pavese novità e delusioni. Una delusione fu quella amorosa patita a causa del tradimento di Tina Pizzardo, con cui aveva avuto una relazione travagliata e che credeva di riabbracciare al suo ritorno dalla Calabria. Invece, scoprì che aveva già programmato il matrimonio con un altro. Una novità positiva fu invece la sperimentazione della prosa, sia in forma di racconti che in forma di romanzi. Una sorpresa sentimentale fu poi l’amore per Fernanda Pivano, prima allieva di Pavese e poi sua confidente. Purtroppo, ben presto lo scrittore scoprì di non essere ricambiato; tuttavia, questo non gli impedì di chiedere la mano della studentessa universitaria per ben due volte, ma soprattutto di dedicarle poesie, tra le quali Estate:

Tu muovi il capo

come intorno accadesse un prodigio d’aria

e il prodigio sei tu.

Il nuovo lavoro come impiegato per Einaudi e poi la guerra lo distolsero dalle questioni sentimentali. Pavese, per motivi di salute, venne dispensato dalla leva militare; durante l’occupazione nazifascista, non partecipò alla resistenza armata ma si rifugiò a Casale Monferrato, dove diede ripetizioni agli studenti di un collegio. Dopo la Liberazione, sentendosi in debito con i molti amici che avevano combattuto per la causa partigiana perdendo la vita, decise di impegnarsi politicamente in maniera concreta, iscrivendosi al Partito comunista e iniziando a scrivere per L’Unità.

Cesare Pavese

Il primo romanzo di Pavese ad essere pubblicato fu Paesi tuoi (1941). Questo narra il contrasto tra campagna e città, e l’impossibilità per le persone che provengono da uno di questi due luoghi di integrarsi nell’altro, come se città e campagna si annullassero a vicenda. I protagonisti sono Berto, un operaio torinese, e Talino, un contadino. Essi si ritroveranno insieme nel paese di Talino per lavorare nei campi, tuttavia Berto non riuscirà mai a integrarsi completamente nella vita di campagna, che conserverà sempre per lui un alone di mistero sinistro e inquietante. Infatti, nella cascina di Talino Berto scopre un mondo di passioni ataviche, amori e gelosie incontrollati che permeano in maniera scabrosa persino i legami familiari, degradandoli attraverso incesti e omicidi.

L’ultimo romanzo pavesiano fu La luna e i falò (1950), anche questo ambientato nelle campagne piemontesi e modellato sull’indelebile senso di appartenenza al proprio paese d’origine, che attrae quasi per un richiamo ancestrale, e che nasconde storie e drammi esistenziali troppo spesso soffocati da silenzio, indifferenza e oblio, nonché acuiti dal tempo di guerra. La penna di Pavese svela dunque le inquietudini e le tribolazioni celate nella vita dei campi, svelando l’illusione della solo apparente armonia di una vita a contatto con la natura.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è l’ultima raccolta poetica di Pavese, scritta poco prima del suicidio e pubblicata nel 1951. Contiene dieci poesie d’amore dedicate a Constance Dowling, l’ultima donna per cui aveva provato un sentimento appassionato, ma destinato a essere rifiutato.

Nel giugno 1950 l’impegno letterario di Cesare Pavese venne riconosciuto con il Premio Strega, attribuito alla raccolta di romanzi brevi La bella estate. Questa gratificazione tuttavia giunse in un periodo in cui l’autore era gravemente vessato da difficoltà sul lavoro e disagi psicologici. Difatti, si acuirono le discordie con i colleghi della redazione della rivista Cultura e realtà per motivi politici; la situazione divenne così insostenibile che Pavese arrivò a confessare: «Mi sono impegnato nella responsabilità politica che mi schiaccia». Deluso sia in ambito lavorativo sia per quanto riguarda le relazioni interpersonali, scelse di porre fine al suo tormento esistenziale. Decise che le parole non bastavano più; forse, gli erano sembrate troppo vane e inani, e allora occorreva un ultimo definitivo tremendo gesto per eclissarle e sublimarle:

Non parole. Un gesto. Non scriverò più.

Così conclude Il mestiere di vivere. L’ultima riga del diario ci sbalza bruscamente dalla letteratura alla realtà dei fatti, rappresentata da dieci bustine di sonnifero, letali.

Cesare Pavese, in quel 27 agosto, aveva raggiunto la consapevolezza di aver ormai reso compiuta la propria esistenza, così come leggiamo in questa frase, una vera e propria sintesi autobiografica:

Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.