I Grandi Classici – Con Borges in un labirinto di “Finzioni”, cercando la verità

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L’antitesi della realtà. La realtà che può essere costituita da una messi di dettagli che in sé, costituendo l’accessorio necessario, può essere difficile da decifrare se singolarmente presi; ma che lasciano sempre intravedere una trama ben definita, perché semplice in fondo, puerile e archetipica come le pulsioni che spingono la quasi totalità delle persone, soldi sesso e malvagità. Finzioni è l’antitesi della realtà. Ed è una finzione talmente vera che Jorge Luis Borges può scrivere qualcosa tipo «i lettori assisteranno all’esecuzione e a tutti i preliminari di un delitto il cui scopo non ignorano ma che non comprenderanno, mi sembra, fino all’ultimo paragrafo».

Borges e una Biblioteca di Babele

La vita, insomma, quella cosa che non è verosimile ma è vera; quella cosa che ha, sicuramente (forse) uno scopo ma che non si comprende fino alla fine: del delitto, del racconto del delitto, o della vita stessa. Borges, si sa, è uno degli autori che sta alla base di tanta parte della migliore letteratura dalla seconda metà del XX secolo in qua, letto dai letterati (o presunti tali) ma assai meno dai lettori, che lo millantano un po’ come Nadia Rinaldi faceva con Balthus. Borges muore a Ginevra nel 1986, ma le sue opere sono già nel novero dei classici, da Elogio dell’ombra a Antologia della letteratura fantastica: dovendo però avvicinarsi a questo autore, la nostra scelta cade senza dubbio su Finzioni, che è l’opera che ha rivelato Borges in Italia, pubblicato in Argentina (Borges nacque a Buenos Aires nel 1899) nel 1944 e tradotto da Franco Lucentini nel 1955.

Un volume infido, meno di 130 pagine Premessa dell’Autore compresa, che nell’edizione Einaudi, con quel suo biancore virginale caratteristico di base, quella rilegatura flessibile che fa tanto understatement, pare effettivamente un libro da potersi portare in tasca e leggere come riempitivo, in autobus o nelle sale d’aspetto. Invece, come una moneta rovente lanciata dalla finestra, Finzioni è un labirinto di senso e contenuti, fortemente simbolico a tratti, turbativo.

Una vecchia edizione della raccolta

Articolato in due parti, corrispondenti a due momenti diversi di scrittura: Artifici è del 1944, Il giardino dei sentieri che si biforcano del 1941, entrambe raccolte di racconti brevi che esulano dall’idea comune di racconto (rispetto alla contemporaneità borgesiana: ché oggi vige la regola della confusione per cui qualsiasi cosa possa essere raccontata viene percepita come un racconto in senso letterario). Racconti brevi, bravissimi, tra i quali sarebbe fin troppo facile affermare lo spiccare di La biblioteca di Babele: invece, attestiamo l’eccezionalità di ogni singolo racconto, da Tlön, Uqbar, Orbis Tertius a Tre versioni di Giuda, e contemporaneamente della raccolta monoliticamente presa. In totale, quattordici racconti che parlano della vita, e del modo di vederla, soprattutto.

Se dovessimo scegliere una parola chiave, sarebbe caleidoscopio; se dovessimo stabilire un paragone, sarebbe col Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Se dovessimo: ma non dobbiamo, perché Finzioni è irriducibile e a sé stante. Tutti mentono. È necessario salire sul tavolo ogni tanto, e assumere un punto di vista diverso. Un racconto ben scritto può valere più di un intero scaffale di romanzi. Sarebbe possibile continuare pressoché all’infinito, tra citazioni e parafrasi, ma la realtà (?!?) è che Finzioni travalica ogni riferimento. Certamente Finzioni mostra come tutti mentano, e come la realtà stessa, che peraltro è una convenzione (o un insieme di convenzioni), menta. O meglio, quella che populisti e demagoghi di natura varia e variegata cercano di farci credere univoca e monolitica è in realtà mutevole, cangiante come un aleph di mille colori, non oggettiva e ramificata e interpretabile.

Un tanto, Finzioni e Jorge Luis Borges: poi vennero gli epigoni, anche molto diversi, come un Paul Auster di Trilogia di New York per fare un esempio eccelso.

…stava parlando d’un suo progetto di romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori – a pochissimi lettori – di indovinare una realtà atroce o banale. Dal fondo remoto del corridoio lo specchio ci spiava. 

Ma Borges, appunto, è un’altra cosa: e in un gioco di specchi, attraverso lo specchio, ci mostra le finzioni che si incontrano cercando la soluzione del tema principale dell’opera a della vita, non biologica ma filosofica. Perché il tema di Finzioni, ovviamente, è la verità. Anzi, la Verità.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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