Altrove − Di doppia identità si muore: genocidio e modernità nell’arte di Arshile Gorky

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Altrove − Di doppia identità si muore: l’orrore del ricordo nell’arte di Arshile Gorky

Arshile Gorky

Fisicamente somiglia un po’ al Begbie di Trainspotting, emotivamente ad un uovo in bilico su una bolla di sapone. In tutte le fotografie Arshile Gorky (Khorkom, 15 aprile 1904 – Sherman, 21 luglio 1948), precursore dell’Espressionismo Astratto, ha il viso incupito da una profonda tristezza: nella sua breve vita covò in sé una fragilità alimentata dalla nostalgia e forgiò la sua controversa personalità affondandone le radici nelle sofferenze di un’etnia, quella armena.

Nato Vostanik Manoog Adoyan, trasferitosi a New York nel 1925 cambiò il suo nome in Arshile Gorky omaggiando un fantomatico parente russo. Di famiglia povera, nato e cresciuto in uno sperduto villaggio della Turchia ottomana, allo scoppio della prima guerra mondiale Gorky fuggì in Armenia insieme alla madre: sopravvissero al genocidio, ma la madre morì di stenti quattro anni dopo. La figura della madre è un elemento chiave nella pittura di Arshile Gorky, un’ossessione coltivata per tutta la vita a partire da una fotografia superstite.

A 16 anni, rimasto solo e in miseria, si imbarcò verso l’America, patria della libertà (o del mito della libertà). Divenne cittadino americano nel 1939, poco meno di dieci anni prima di morire. Negli Stati Uniti, progressivamente e non senza contraddizioni, si costruì una nuova identità, diametralmente opposta a quella reale. Dopo essere scampato alla morte, la sua personalità sfibrata, in cerca di salvezza e serenità mentale, si incarnò in quella di un aristocratico, cugino – ma ogni tanto anche nipote – dello scrittore russo Maksim Gor’kij, di un principe georgiano, studente di Kandinskij. Egli tentò, nel suo equilibrio precario, di fuggire da se stesso e imporsi come persona, prima che come artista. Nell’isolamento di una minoranza etnica in una terra sconfinata, gli serviva una nuova vita: una vita immaginaria. Qualcosa di solido, architettato meravigliosamente e con il cuore in gola, per provare a sgomitare in un mondo nuovo.

Arshile Gorky
Autoritratto all’età di 9 anni (1928, New York, Metropolitan Museum of Art)

Si può davvero fuggire da quel che si è stati, da quel che si è?

Tra i padri della cosiddetta Scuola di New York, Gorky fu l’anello di congiunzione tra il Surrealismo europeo e l’Espressionismo Astratto americano. In gran parte autodidatta, sperimentò l’automatismo pittorico, allontanando linee e colori da qualsiasi figurazione meditata. Sulla tela le forme, guidate dalla mano nervosa dell’artista, si contaminano, si affollano in un tutto indistinto. Il tratto tremolante, a volte spigoloso, rivela un’interiorità fragile, l’impossibilità di offuscare ricordi tremendi: la fame, le privazioni, la morte della mamma, il bisogno di un abbraccio caldo e familiare nella traversata verso il Nuovo Mondo.

Negli Stati Uniti l’artista armeno ebbe un incontro piuttosto freddo con Jackson Pollock, colui che fu il punto di svolta verso un movimento artistico autenticamente americano. Più solida e serena fu l’amicizia con Willem de Kooning, con il quale per un certo periodo condivise lo studio. Fondamentale per la sua riflessione artistica fu l’amico cileno Roberto Matta, architetto e pittore ingiustamente incolpato dai surrealisti di essere stato una delle cause del suicidio di Gorky.

Water of the Flowery Mill (1944, New York, Metropolitan Museum of Art)

Le opere di Arshile Gorky sono conservata nei principali musei di arte contemporanea degli Stati Uniti e alla Tate Gallery di Londra. Il successo artistico non riuscì a cancellare l’orrore del genocidio armeno, la consapevolezza di un possibile cedimento di quel castello di sabbia che fu la sua vita immaginaria lo tormentò soprattutto negli ultimi anni della sua vita, quando la sua congenita fragilità emotiva fu ulteriormente scossa da una serie di disgrazie. Cuore delle opere di Gorky fu l’incontro fra la tragedia delle origini e la solitudine della modernità: entrambe gli piombarono addosso mortalmente prima che potesse compiere 50 anni.

Dalla moglie Agnes, americana e anch’ella artista, il pittore armeno ebbe due figlie. Il matrimonio, apparentemente felice, poggiava sulla vita immaginaria di Gorky, mentre la vera identità si riversava dolorosamente nell’arte. Un incidente automobilistico gli provocò dei danni fisici importanti, resi ancora più debilitanti dalla paura di non riuscire più a dipingere. Depresso, confessò alla moglie l’intenzione di suicidarsi. Il motivo di tanta delusione e inappetenza nei confronti della vita era quello di non riuscire ad inseguire le proprie fantasie, o meglio di non poter essere quelle fantasie.

Ad infrangere definitivamente il sogno di una pacifica convivenza tra due diverse identità fu un incendio che distrusse molte sue opere nel suo studio. Di fronte alla violenza delirante del marito, Agnes se ne va di casa con le figlie. Un mese dopo, il 21 luglio 1948, Arshile Gorky si impicca nel suo studio. Aveva 44 anni.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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