«Il giorno fu pieno di lampi, ma ora verranno le stelle»: la poetica di Pascoli

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Esiste un poeta italiano che citiamo almeno una volta all’anno, precisamente nella lunga notte di San Lorenzo, quando le stelle del cielo infinito inondano la terra, «atomo opaco del male», della loro luce cadente. Servono altri indizi? Si tratta naturalmente di Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912). Il testo che un po’ tutti ricordano dalle scuole elementari è X Agosto, componimento scritto nel 1896 e inserito nella quarta edizione di Myricae. La data del 10 agosto coincide per il poeta con l’anniversario della morte del padre ed è per lui motivo di una riflessione universale sulla morte e sul creato. È una poesia che ci accompagna dai banchi di scuola con le sue immagini dolci e infantili, che nascondono una straziante malinconia di vivere. L’autore romagnolo è proprio uno dei poeti che si possono apprezzare fin da piccoli, per la sua capacità di «trovare nello cose il loro sorriso e la loro lacrima […], grazie a due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente di tra l’oscuro tumulto della nostra anima», come lui stesso scrive in Pensieri e Discorsi (1907). È la poetica del fanciullino, che vede la sensibilità come una percezione fantastica e immediata delle cose, tipica dei bambini. La poesia è la voce dell’infanzia e poeta è chi sa ritrovare ed esprimere questo atteggiamento infantile, attraverso la potenza dell’immaginazione, la disponibilità a commuoversi e la capacità di vedere la realtà con uno sguardo sempre nuovo.

Ma non dobbiamo cadere nell’errore di considerare Pascoli un autore per bambini e affollare le antologie elementari con le sue poesiole più banali. Il poeta bambino non deve diventare un poeta per bambini. Anche perché i suoi testi sono intrisi di malinconia, di terrore di fronte ai conflitti, all’amore e al sesso, di tristezza al cospetto del mistero dell’universo e del male. La sua è una poesia innovativa che si affaccia sul panorama letterario di fine Ottocento come qualcosa di imprevedibile ed estraneo a qualsiasi tradizione precedente. Di questa opinione è anche Pier Paolo Pasolini, che indica Pascoli come il capostipite di tutte le tendenze più rilevanti della poesia italiana novecentesca: certe espressioni allusive e suggestive precorrono l’analogia di Ungaretti, mentre il gusto per la quotidianità e per un lessico specifico anticipano la poetica degli oggetti di Montale.

I componimenti di Pascoli sono intessuti di perplessità e paura, di un senso di smarrimento verso il mondo esterno, di un angoscioso perdersi di fronte al mistero che cela le cose. Colori, suoni e immagini simboliche sono gli ingredienti scelti per intessere brani fatti di sintassi semplice e lessico ricercato. Ogni senso trova soddisfazione nella lettura: dall’odorato, alla vista, fino all’udito, volto a cogliere le voci più segrete della natura, grazie ad immagini composite come «alba di perla», «nebbia di latte», «sogni di rovine», «scheletri di faggi» e «tenebra azzurra». La natura viene così animata e umanizzata: cielo, piante e animali assumono voci umane che dialogano con l’uomo attraverso l’infinito.

Giorgio De Chirico, Malinconia di una strada

Tra i vari componimenti che conosciamo tra i banchi di scuola e ci accompagnano per tutta la vita ne esiste uno che può riassumere bene la poetica del “cantore di Castelvecchio”: Il gelsomino notturno, definito da Giacomo Debenedetti «un capolavoro di ansiosa e, se così si può dire, turbata purezza»Viene descritta la prima notte di nozze di un amico: il silenzio dell’attesa è interrotto solo dal bisbiglio della giovane coppia che entra nella nuova casa. Il creato partecipa al rito nuziale con tutti i suoi elementi: i fiori si aprono, il sussurrare dei venti e il ronzio delle api creano una colonna sonora d’eccezione, l’odore di fragole rosse riempie l’aria e il pigolio di stelle della Chioccetta, nome col quale è anche conosciuta la costellazione delle Pleiadi, scandisce il passare concitato dei minuti. La luce della casetta si spegne, così il componimento si chiude con l’immagine di «petali gualciti» che covano al loro interno «non so che felicità nuova». Ancora una volta i cinque sensi trovano soddisfazione e il lettore rimane sospeso tra una sensazione di calma e pace immortale e un senso di malinconico e struggente sgomento, che lo rende indifeso.

Le luci della centrale elettrica cantano che «è un superpotere essere vulnerabili», forse è proprio questo uno dei punti di forza Giovanni Pascoli, poeta che dopo tanti anni è ancora capace di arrivarci dritto al cuore.

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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