I Grandi Classici – “Il giovane Holden”, un romanzo di formazione del nulla pneumatico

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La definizione di “romanzo di formazione” non è affatto difficile ed è abbastanza intuitiva: dicesi romanzo di  formazione un romanzo (ovvio) il cui viene trattata la formazione (appunto) del protagonista, sia esso un uomo, una donna, un gruppo, un suricate o un extraterrestre, attraverso lo svolgimento della trama che, per via degli episodi che “vive” compie un’evoluzione, un passaggio da A a B, da immaturo a maturo (qualsiasi sia il senso che si voglia dare al concetto di maturità). Questo concetto non vale per la frutta, che matura da sola senza episodi particolari, né per le torte Saint Honoré e i SUV, che non SI formano ma vengono formati.

Il giovane Holden
Il giovane Holden

Ciò detto, perché mai attribuire a Il giovane Holden di J. D. Salinger l’etichetta di romanzo di formazione? Davvero qualcuno, alla fine del romanzo, ha l’impressione che il piagnoso, immaturo, vittimista Giovane Holden sia maturato in qualcosa? Capita a volte, nel rutilante mondo dell’editoria/letteratura, che venga deciso a tavolino che il tal romanzo debba diventare un best seller, e non basti ancora: vogliamo, fortissimamente vogliamo che l’autore divenga una icona (indifferente di cosa) e la sua opera una cornucopia di contenuti.

E il bello è che funziona, il meccanismo: specie se l’autore scompare dopo aver consegnato al volgo ed ai posteri cotanto materiale, scompare dalle scene. Lo scopo, anche questo centrato, è quello di ammantarsi di mistero (quello sintomatico che cantava Battiato, che assieme al carisma lo trovavi dietro un paio di occhiali da sole), e che in realtà maschera il prosciugamento delle piges scrittorie, l’assenza di argomenti futuri e la profondità da pozzanghera di quelli passati. Meglio tacere e dare l’impressione di esser tonti, insomma, che aprir bocca e togliere ogni dubbio: in tal senso, la raccolta I giovani – tre racconti uscita postumissima pochi mesi or sono, disvela proprio un tanto: non hai niente da dire, bello, e non lo dici neanche in maniera accattivante.

Eppure, Il giovane Holden è e rimane un Grande Classico, un caposaldo della letteratura contemporanea nordamericana, un testo letto nelle scuole e negli atenei e, ahinoi, un romanzo di formazione. La prima edizione, del 1951, ebbe la copertina bianca per volontà dello stesso autore, che desiderava con sconvolgente prosopopea che il libro fosse scelto per il suo contenuto e non per la copertina; stessa cosa che si ripropone in Italia, dove il libro esce per edizioni Einaudi che, per non farsi mancare nulla, non riportano nemmeno la biografia dell’autore né la trama: in base a cosa mai il lettore dovrebbe scegliere questo libercolo, non è dato sapere.

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Del resto, come riportare una trama che quasi non esiste? Il sedicenne Holden Caufield viene espulso per l’ennesima volta da scuola, essendo totalmente privo di voglia di studiare e avendo una sfilza di voti da cella frigorifera. Siamo in prossimità del Natale, e il giovane Holden vagabonda qua e là perché, come tutti gli adolescenti viziati, ha paura a tornare a casa dando l’ennesima delusione ai genitori, che comunque lo copriranno per l’ennesima volta fino a farlo laureare, un giorno lontano, a calci nel sedere. Sì, perché l’odioso Caufield è il classico ribelle col paracadute, e si ribella quel tanto da farlo sentire il depositario di tutta la fantasia, sensibilità, talento e corretta visione del mondo. L’unico, depositario: come quasi tutti gli adolescenti inconcludenti, inconsistenti e pretenziosi del mondo dalla notte dei tempi, i quali ben sanno che comunque vada, quando decideranno di finirla con la propria auto-commedia avranno sempre il C/C di mamy e papy a toglierli dai guai.

Scritto nella maniera più facile, ossia in prima persona, lo stile del racconto è quello dell’imitazione del linguaggio parlato innestato sul registro del pensiero strutturato autoreferenziale, con largo uso di ripetizioni, slang, linguaggio gergale giovanile che, artefatto come il protagonista, non comunica alcunché di interessante all’improvvido lettore.

La fortuna odierna de Il giovane Holden, oltre allo scimmiottamento (voluto? Chissà. Va ammesso che il titolo originale, The catcher in the rye, risulta pressoché intraducibile) de I Dolori del Giovane Werther, risiede nell’odierna tendenza ad estrapolare le frasi ad effetto e farne aforismi da t-shirt: ed il libro ne ha una, in effetti, che vale tanto oro quanto pesa – «Mi fanno impazzire il libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va». Quando si leggono queste efficaci due righette si è verso pagina 20, ed il lettore (sempre improvvido) è portato a pensare che chissà quali altri tesori si nascondano tra le pagine.

J. D. Salinger
J. D. Salinger

E invece no. È quasi tutto qui, e comunque alla fine si capisce che l’autore in questione, a cui si dovrebbe bramare di poter fare una telefonata, è Salinger stesso. Poi, ci sono solo frasette butta qua e là: «Maledetti soldi. Riescono sempre a metterti tristezza; basta dire una cosa che nessuno capisce, e riesci a fargli fare quello che vuoi; voglio dire, non faceva che ripeterti di sintetizzare e semplificare. Con certe cose non puoi mica farlo; secondo me uno bisogna lasciarlo in pace, se almeno dice cose interessanti e si entusiasma per qualcosa».

La caduta verso cui credo sia avviato tu (Holden)… è una caduta tutta particolare, orribile. Chi cade non ha neppure modo di accorgersene, o di sentire quando tocca il fondo. Continua a cadere e basta, è una sorte riservata agli uomini che si sono trovati a cercare qualcosa che il loro ambiente non era in grado di dargli. O che loro pensavano non fosse in grado di dargli. Allora hanno smesso di cercare. Si sono arresi prima ancora di incominciare.

Tutto, naturalmente, è opinabile: chi ha trovato il personaggio di Holden “complesso e ricco di sfumature” continuerà a farlo a dispetto di qualsiasi logica, esempio o paragone, ed è perfettamente corretto che sia così. Salinger fu ed è visto come una specie di guru della beat generation, mentre per noi resta un mistero di come tanta pochezza possa ispirare chicchessia: ma d’altronde c’è chi ritiene Fabio Volo un grande autore solo perché si può riconoscere nelle sue pagine – pochezza ispira pochezza, evidentemente, anche se la Beat Generation ha prodotto opere belle ed importanti.

img_56cb074a3461a (1)Ma Cyril Connolly ha detto: «Meglio scrivere per se stessi e non avere pubblico, che scrivere per il pubblico e non avere se stessi». Allora, se guardiamo alla misantropia, all’isolamento, alla mancanza di comunicazione di Salinger, e per contro ne facciamo una ideale tavola sinottica con la sua produzione letteraria, non possiamo che dedurre quanto segue: che Il giovane Holden è l’opera migliore di una persona, molto simile ad Holden stesso (Salinger stesso ammise che si trattava di una specie di autobiografia), che non aveva pressoché niente da dire ma che voleva dirlo a tutti i costi.

Ciò che contraddistingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che contraddistingue l’uomo immaturo è che vuole vivere umilmente per essa.

Poi venne Salinger, che non face nessuna delle due cose, e non scrisse per se stesso né si ebbe.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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