La fotografia ai tempi dei social è ancora fotografia?

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La fotografia ai tempi dei social è quella cosa per cui sai che cosa mangiano perfetti sconosciuti a colazione, pranzo e cena.

La fotografia ai tempi dei social è quella cosa per cui siamo tutti sexy, affascinanti e belli come divi di Hollywood finchè non veniamo taggati in foto dei bei tempi passati (quando non esistevano ancora i filtri, per intenderci).

La fotografia ai tempi dei social è quella cosa per cui ogni evento va immortalato con un selfie.

La fotografia ai tempi dei social è quella cosa per cui stai male? Stai andando in ospedale per un’emergenza? Meglio scattare un selfie per distrarsi un po’!

La fotografia ai tempi dei social è quella cosa per cui tutti partono per scenari mozzafiato e tu rosichi perché sei sudato fradicio, bloccato nel traffico di Roma, a inveire come una bestia contro gli automobilisti.

Ma la fotografia è davvero questo? È questa ostentazione della propria vita, questa immaginaria visione di un mondo perfetto, colorato, senza imperfezioni, tutto patinato e omologato?
Certamente l’avvento dei social in generale e di Instagram in particolare ha rivoluzionato il mondo della fotografia, ampliando il numero di appassionati e rendendo fruibili contenuti e temi a un pubblico sempre più vasto. Se usato bene, è uno strumento eccezionale per mantenere la fotografia viva e in salute, ed è una vetrina gratuita per coloro che vogliono mostrare agli occhi del mondo i propri scatti.
Ma la fotografia serve all’uomo principalmente per farlo riflettere, per farlo pensare. Solo così si può crescere. La sensazione dominante, al momento, è che l’immagine ci faccia riflettere meno, che oggi si guardi senza vedere realmente. Il guardare deve tornare ad essere lento in una società nella quale tutto è accelerato, nella quale la velocità ha un valore: una sorta di novello Futurismo!

Prigionieri di un’istantanea, inanelliamo prove di esistenza perché la verità è che abbiamo una fottuta paura di sparire, di non essere ricordati, di non aver lasciato un segno. E allora, il selfie risulta la conferma dell’identità all’interno di uno spazio universale.
Siamo passati da consumatori a produttori di fotografia seriale. Si è sempre detto che la fotografia fosse specchio della realtà, ora sicuramente ha perso la sua aurea di arte, è diventata qualcos’altro. Con la fotografia social siamo alle prese con una bulimia di immagini che accorcia le relazioni senza approfondire, ci si ferma alla superficie senza indagare oltre.

Di sicuro non è la fotografia che è cambiata, siamo noi ad essere in continuo mutamento e ancora non sappiamo in che direzione volgerci. Certamente bisognerebbe recuperare quel senso di profondità e di riflessione che pervadeva la fotografia dei tempi passati: non solo guardare attraverso l’obiettivo, cliccare e postare, ma qualcosa di più! Vedere con la propria anima ciò che si vuole immortalare, far trasparire le proprie emozioni dallo scatto, lasciare un’impronta di sé stessi in quei colori, raccontare una storia che sia personale. Tralasciare la paura dei numeri, che siamo già numeri in ogni ambito della società! E almeno nella vita reale, mantenere sempre libera la propria ispirazione, la propria vena creativa, la propria luce per andare oltre i numeri ed essere Persone con un messaggio da veicolare.
Tutti ci consideriamo fotografi, ma forse sarebbe meglio definirci binge shooting seriali. Diamo di nuovo valore all’immagine e di conseguenza ne riacquisteremo anche noi. Smettiamo di tormentarci con like e numeri, rimarchiamo la nostra individualità e raccontiamola attraverso una foto che sia veramente una nostra espressione.

Nessun filtro, semplicemente noi.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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