Lezioni d’Arte – “My bed”, quando il proprio letto diventa un’opera d’arte, tra ready-made e installazione

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Con l’invenzione del ready-made da parte di Marcel Duchamp, nel Novecento cambiò drasticamente la concezione dell’opera d’arte. L’oggetto comune di uso quotidiano, prelevato dalla strada – addirittura un orinatoio – viene scelto come opera ed elevato grazie alla dignità artistica. Questo aprì tanti interrogativi: c’è un confine tra arte e vita? E qual è la differenza fra oggetto e opera d’arte? Tutti possiamo fare arte?

My bed, Tracey Emin, 1998, dettaglio

Il dibattito è ancora aperto ma da quell’esatto momento molti artisti si cimentarono con il ready-made, un oggetto già esistente prelevato dalla realtà.

Più il prodotto è conosciuto e più cattura l’attenzione del pubblico. Forse è proprio questo il motivo che ha spinto molti artisti contemporanei ad utilizzare come opera d’arte il proprio letto. Tutto dipende dalla qualità materica del soggetto. L’artista non applica nessuna abilità, il suo unico compito è scegliere.

Così è stato per l’artista britannica Tracey Emin (Croydon, 1963) quando nel 1998, appena sveglia, ha osservato la situazione della sua claustrofobica stanza. Erano quattro giorni che non si alzava dal letto, giorni passati a piangere per la fine di una storia. Davanti a lei un’immagine che nella drammaticità del momento le è sembrata poetica e così ha immaginato quella confusione totale, che esprimeva il caos della sua vita, al di fuori di una cameretta angusta e soffocante, al centro delle sale bianche e immacolate della Tate Britain.

My bed è nata proprio in questo modo, a metà tra un ready-made contemporaneo e un’installazione.

Bed, Robert Rauschenberg, 1955

Un vero e proprio pezzo di vita trasportato dentro ad un museo, reso eterno, caricato di un nuovo significato, senza nessuna modifica aggiuntiva. L’istallazione cattura immediatamente lo sguardo del visitatore. Il letto è un elemento molto intimo, familiare a tutti, legato ai nostri ricordi e alle azioni più private. Rappresenta qualcosa di inviolabile. Renderlo pubblico è un’azione vigorosa che smuove e cattura il pubblico all’istante.

Tracey rende parte dell’installazione – per la prima volta esposta a Tokyo – ogni minimo oggetto presente sulla scena quel giorno, senza censura o pudore. Ai piedi di un letto dalle lenzuola sfatte e sudice un accumulo di elementi che esprimono la personalità dell’artista, o meglio la sua vita in quel determinato periodo. Una quantità di fazzoletti stropicciati gettati sul tappeto, pacchetti di Marlboro e un posacenere colmo. Poi lamette, polaroid, giornali fanno capolino nella confusione. Addirittura lascia le mutande, i collant e tutti i suoi vestiti usati. Pillole, pantofole, anti concezionali, bottiglie vuote di vodka. Non sposta nulla, neanche nel corso degli anni, per rimanere fedele a quella visione.

My bed non è soltanto un’opera d’arte ma una vera e propria immersione nella vita privata dell’artista. Un’esperienza che dona con sincerità a tutto il pubblico. La sensazione comune, di sconcerto, è la stessa che prova lei soprattutto guardandola dopo anni. Tracey non si sente più parte di quel momento di vita. Il fine dell’opera è proprio quello di mostrare come il tempo passi e tutto cambi.

Lo stesso intento che ha generato l’opera di Felix Gonzalez Torres (Cuba, 1957 – Miami, 1996) Untitled del 1991, un’immagine strappata alla dimensione privata. Il letto è quello che Felix condivideva con il suo compagno Ross morto di AIDS in quell’anno. I cuscini e le lenzuola sfatte mantengono ancora la traccia dei loro corpi. L’impatto è violentemente diretto, il messaggio dell’artista arriva chiaro al suo pubblico.
L’intimità della camera da letto stride con la scelta del nuovo contesto dell’opera, trasformata in un cartellone pubblicitario di dimensioni enormi esposto per le strade di Manhattan. È una rappresentazione della sfera personale dove si incontrano amore e morte, vita, conforto e perdita.

L’arte, raccontata con immagini quotidiane, è come la vita: destinata ad esaurirsi.  

Felix Gonzales-Torres, Untitled 1991

Maestro indiscusso di questo atteggiamento travolgente è sicuramente Robert Rauschenberg (Texas, 1925-Florida, 2008) che con il suo Bed (1955) per primo spostò il suo letto dalla dimensione quotidiana alla parete di una galleria, appeso come un’opera d’arte. Le lenzuola e il cuscino dell’artista ricoperte dal colore, gettato e gocciolante verso il pavimento. Rauschenberg si chiedeva se esistesse un confine o un limite fra arte e vita, fra opera e oggetto. Utilizzando un elemento del proprio quotidiano rappresentava la realtà rendendo la sua arte semplice e stupida come la vita.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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