Herman Melville, ovvero la caccia non finisce mai

0 1.156

Non sono affatto rari i casi di identificazione di un autore con la propria opera maggiore, lo sono un po’ meno quelli in cui il successo iniziale ottenuto in vita iniziò a declinare subito dopo la pubblicazione di quello successivamente sarebbe stato ritenuto un capolavoro assoluto della letteratura mondiale di tutti i tempi. Alfiere di questa singolare contraddittorietà è altresì Herman Melville (New York, 1° agosto 1819 – New York, 28 settembre 1891), il cui nome viene associato anche dagli analfabeti funzionali al romanzo Moby Dick o La balena ancorché (un po’ come Il Nome della Rosa) ben pochi lo abbiano effettivamente letto, o letto fino in fondo. Va detto, peraltro, che il romanzo dell’ossessione del capitano Achab, aprioristicamente non di facile lettura, diventa davvero impervio a seconda della traduzione che ci viene in mano: ogni altra eccezione rimossa, è quindi opportuno (qualsiasi quantità di Moby Dick abbiate intenzione di leggere) badare a che la traduzione sia il più recente possibile, poiché affrontare le descrizioni tecnico-marinaresche e le considerazioni filosofiche di Melville in italiano moderno e corrente è già impegnativo, in un linguaggio obsolescente è quasi improponibile.

melville moby dick

Lasciate quindi stare la copia che, coperta di polvere e ragnatele, occhieggia dall’alto dello scaffale della libreria da una manciata di lustri, investite qualche euro in una copia nuova di zecca, e affrontate serenamente il viaggio del Pequod quanto il Pequod stesso affronta i flutti e la furia della balena bianca (in realtà un capodoglio).

Come si diceva, quando nel 1851 dà alle stampe la prima edizione di Moby Dick, Melville può dirsi un autore affermato: Taipi, Omoo, Mardi, Giacchetta Bianca sono romanzi d’avventura marinaresca, dal sapore genuino in quanto frutto di rivisitazioni del vissuto di Melville che, nato in famiglia abbiente ma caduta in disgrazia (a seguito della morte del padre avvenuta quando egli aveva appena 11 anni), si imbarca nel 1839 e continuerà a navigare, pur inframezzando l’attività di marinaio con quella di insegnante, fino alla metà degli anni ’40. Impegnato per anni a scrivere e dirigere la fattoria acquistata nel Massachussets, dal 1857 Melville non riesce più a mantenere la famiglia e, cessando l’attività letteraria, si fa mantenere dal suocero, autorevole giudice dello Stato.

Un viaggio in Europa, una malattia della pelle, l’amicizia con Nathaniel Hawthorne, l’impiego come ispettore doganale a New York, la poesia, la stesura di Billy Budd, il suicidio a 18 anni del primogenito e la morte a 35 del secondogenito fanno da contorno e spiegazione di un carattere sempre più chiuso ed introverso, fino alla morte nel 1891, pressoché dimenticato come autore sebbene le sue opere continuassero ad essere ristampate.

Herman Melville, ovvero la caccia non finisce mai

A voler essere superstizioni o mistici, potremmo dire che la maledizione di Melville fu la stesura di Moby Dick a causa della sua tematica, o meglio ancora della natura del protagonista assoluto, quel capitano Achab che è la rappresentazione del Male: Melville, in una lettera all’amico Hawthorne, definì Moby Dick «il mio libro malvagio». Possiamo lecitamente pensare che, a causa della natura dell’opera, del fatto che l’opera risentiva comunque dal punto di vista tecnico delle esperienze per mare di Melville, delle difficoltà di pubblicazione dovute ad accuse di oscenità, blasfemia e di vilipendio della Corona britannica, e infine dello scarsissimo successo editoriale (alla morte di Melville ne erano state vendute appena 3000 copie) Moby Dick contribuì grandemente a determinare lo stato di prostrazione psicologica crescente in cui Melville visse gli ultimi 40 anni della sua travagliata esistenza.

Indubbiamente, all’apparenza il Male dovrebbe essere rappresentato dal Mostro, ma Moby Dick è la vittima, per quanto ferocemente esso possa essere rappresentato, e la folle sete di vendetta di Achab non parte da un’offesa ma una difesa: vero è che Moby Dick ha strappato la gamba al Capitano, ma mentre subiva la caccia da parte di quest’ultimo. Volendo usare un paragone, Achab è simile a quei mafiosi che insultano le vittime quando queste tentano di difendersi o si ribellano, o ancora all’Al Capone degli Intoccabili che ingiuria Eliot Ness: la sua non è una giusta, o quanto meno razionale, sete di vendetta, e la narrazione lo sottolinea riempiendosi di rimandi e previsioni sul fatto che la caccia si concluda comunque con la morte dell’inseguitore.

Da un punto di vista della narrazione, nonostante la mole di pagine di cui è costituito il romanzo, l’intreccio è minimo e il protagonista unico: perciò sarà sempre lecito considerare la dualità Achab/Moby Dick come l’ennesima rappresentazione del doppelganger che già varie volte abbiamo nominato: solo che in questo caso l’apparenza di Achab non è comunque positiva, seppure il confronto finale sia quello tra un cuore di tenebra e una verità inguardabile quanto il ritratto di Dorian Gray.

melville achab peck
Gregory Peck nei panni del Capitano Achab nel film “Moby Dick” (1956)

Il solo dettaglio che potrebbe oggi far pensare che Moby Dick sia effettivamente il villain del romanzo è che la sua presa sull’immaginario collettivo odierno (un tempo la ggente amava i buoni, ma siamo una società postfordista) è incommensurabilmente superiore a quella di Achab, persino nella grande versione diretta da John Houston, con Gregory Peck e sceneggiatura di Ray Bradbury.

Laggiù, soffia.

E chiamatemi Ismaele.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.