Gino Coppedè, architetto – sognatore di fine secolo

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Castello Mackenzie

Gino Coppedè aveva appena trent’anni quando si accingeva a progettare la sua prima opera di rilievo, quella che avrebbe inciso il suo nome tra i grandi dell’architettura. Egli era stato notato dal ricchissimo assicuratore Evan Mackenzie che, trasferitosi da poco a Genova, intendeva realizzare una sontuosa villa che gli ricordasse l’amata Toscana. Fu così che nacque il futuro Castello Mackenzie, immaginato da Coppedè come un antico maniero medievale, mentre la facciata, simile al Palazzo Pubblico di Siena, è curva, con gli archi ogivali a incorniciare porte e finestre, i merli guelfi a decorare l’ultimo piano. Anche per la decorazione interna, Coppedè assecondò il gusto del suo committente, rifacendosi alla tradizione toscana. Un’architettura ispirata al passato che però doveva non far mancare le comodità moderne, seppur ben celate dalla vivacità degli elementi decorativi.

Nel pieno della sua maturità artistica, Gino Coppedè fu il primo nel 1913 a dedicarsi alla ricostruzione post sismica della città di Messina. Le innovazioni che porta in città non sono solo stilistiche, introduce infatti tecniche antisismiche e l’uso del cemento armato, offrendo alle agiate famiglie messinesi abitazioni eleganti, ma anche sicure e durature. Tratto distintivo dei nuovi edifici sono i motivi geometrici, le merlature di ispirazione medievale, le bifore neogotiche, gli elementi floreali. Con la ricerca del fantastico, Coppedè sembra quasi voler restituire un passato fiabesco alla città che lo aveva perduto.

Corso Cavour, Messina

Nello stesso periodo in cui è impegnato a Messina, Coppedè è incaricato a Roma di urbanizzare un intero rione, oggi conosciuto come Quartiere Coppedè.
Il Quartiere Coppedè vede la luce nei primi anni del Novecento, eppure è molto distante dall’architettura razionalista dell’arte fascista. Non c’è nulla di più anacronistico delle linee mosse e tormentate e del forte impatto della decorazione architettonica impressa sulle facciate di questi edifici. Nel 1915 vi era l’esigenza di creare una sorta di raccordo tra i Parioli e i quartieri Trieste – Salario, e la scelta ricadde su Gino Coppedè che era già famoso per le sue opere a Genova. L’architetto però dovette fare i conti con una capitale che non aveva nulla a che vedere con quelle europee in cui fioriva il Liberty: infatti era ancora la Roma dei Papi che andava alla ricerca del massiccio e aveva una certa attitudine alla scenografia. Tuttavia Coppedè è riuscito ad allontanarsi dal gusto dominante dell’epoca proprio in virtù dello scopo delle abitazioni per cui era stato assunto: si trattava di edilizia privata per la rampante classe borghese.

Quartiere Coppedè, Roma

Questa premessa sembra spianare la strada al Liberty a Roma, ma non è sufficiente per dare una connotazione floreale alla città: con le sue stratificazioni millenarie di svariate epoche, ogni nuova inserzione nel tessuto urbano doveva sottostare alla regola dell’omogeneità e dell’integrazione, cosa estremamente difficile se consideriamo il Liberty come rottura di ogni legame con il passato. Ma l’esperienza e la maestria di Gino Coppedè hanno dato voce a una tendenza artistica europea contemperata con il passato, facendone risultare uno stile autonomo.

Da vero enfant terrible, mescola stili e motivi con irriverenza, senza mai dimenticare di mostrarsi al passo coi tempi e con le novità europee. Un moderno Bernini che magnifica attraverso il linguaggio del passato lo splendore della giovane nazione italiana in cerca di un riconoscimento internazionale. Seppure lo stile Coppedè abbia avuto vita breve a causa dell’avvento del fascismo, Gino Coppedè è l’unico italiano, dal Rinascimento in poi, ad essere identificato in uno stile preciso, identificativo ed autentico.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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