Coleridge e la maledizione del vecchio marinaio

0 1.509

Una mano scheletrica, due occhi ipnotici, un racconto misterioso: questi sono gli elementi che caratterizzano l’apertura di The Rime of the Ancient Mariner del poeta inglese Samuel Taylor Coleridge. Si tratta di una ballata contenente numerosi rimandi a una natura arcana e magica, che venne pubblicata nel 1798 ed è considerata una delle opere inaugurali del Romanticismo inglese. La storia descritta da Coleridge, piena colpi di scena spaventosi e imprevedibili, ben si sposa con l’atmosfera di Halloween, il momento dell’anno in cui i fenomeni inspiegabili e soprannaturali catalizzano la nostra attenzione.

 

Gustave Doré

La mano e gli occhi descritti da Coleridge appartengono al vecchio marinaio, insieme protagonista e narratore di una storia inquietante, destinata a spaventare qualsiasi ascoltatore. Inizialmente, egli non trova nessuno interessato ad ascoltare il racconto: c’è un matrimonio imminente, tutti vogliono festeggiare e non hanno intenzione di fermarsi a sentire le parole di quel vecchio sconosciuto e bizzarro.

La scena di apertura è piena di contrasti: da una parte il marinaio anziano, lento, con la sua barba grigia («long grey beard») e il fascino sinistro del suo occhio scintillante («glittering eye»); dall’altra tre giovani spensierati, che stanno correndo a una festa e non hanno tempo per fermarsi.

He holds him with his skinny hand.

Lo fermò con la sua mano scheletrica.

Il marinaio non si dà per vinto e con la sua mano ossuta trattiene uno dei giovani, cominciando a raccontare: «C’era una volta una nave…» («There was a ship, quoth he»). Il convitato riesce a liberarsi dalla presa del vecchio, eppure non riesce a sottrarsi al potere fascinatorio del suo occhio brillante, che lo ipnotizza e lo pietrifica come se fosse uno sguardo di Medusa:

He holds him with his glittering eye—
The Wedding-Guest stood still,
And listens like a three years’ child:
The Mariner hath his will.

Lo trattiene con il suo occhio brillante –
Il convitato si immobilizzò,
E si mise ad ascoltare come un bambino di tre anni:
Il Marinaio controllava la sua volontà.

Ormai il giovane ha smarrito la propria volontà: è diventato un bambino completamente in balìa dell’anziano, bloccato non tanto fisicamente quanto psicologicamente, succube del misterioso potere dello sconosciuto. Ogni tanto, sentendo vibrare l’aria per i suoni della festa, egli ha qualche moto di ribellione, vorrebbe sottrarsi all’incantesimo del marinaio e della sua storia cupa, per ricongiungersi ai compagni nell’allegria della festa.

Tuttavia, resta. Il marinaio comincia a raccontare, e procede con un crescendo progressivo, trascinando il lettore quasi fisicamente e trasportandolo nel viaggio sulla propria imbarcazione. Era una nave partita con i migliori auspici, ma ben presto colpita da una terribile burrasca; come in trappola, la nave venne circondata dalle onde, e poi dalla nebbia, e infine dal ghiaccio. Il marinaio descrive, come in un incubo, un gelido inferno fatto solo di ghiaccio, e dai suoi terribili suoni echeggianti nel vuoto:

The ice was here, the ice was there,
The ice was all around:
It cracked and growled, and roared and howled,
Like noises in a swound!

Il ghiaccio era qui, il ghiaccio era lì,
il ghiaccio era tutto intorno:
scricchiolava e ringhiava, ruggiva e ululava,
come i rumori che si odono durante una sincope!

In questa situazione di stallo, che ricorda il diluvio universale in cui l’arca era isolata senza punti di riferimento, arrivò finalmente un fausto messaggero: non la colomba, bensì un albatro, che per nove sere tenne compagnia ai marinai, mentre il ghiaccio si rompeva lasciando finalmente muovere la nave. Dopo aver mostrato il suo volto pauroso, la natura torna dunque a mostrare quello idilliaco attraverso la presenza del bianco volatile. Tutto sembra procedere per il meglio, quando il marinaio decide di rivelare il suo terribile segreto, un segreto che sembra essere davvero diabolico:

«God save thee, ancient Mariner!
From the fiends, that plague thee thus!—
Why look’st thou so?» —With my cross-bow
I shot the Albatross.

«Che Dio ti salvi, vecchio Marinaio!
Dal demonio, che ti tormenta così!—
Perché mi guardi così?» — Con la mia balestra
ho ucciso l’Albatro.

L’uccisione dell’albatro

L’albatro era ormai diventato parte dell’equipaggio, considerato un buon auspicio da parte degli altri marinai: per quale motivo lo aveva ucciso? Nessuno conosce la risposta, nemmeno il protagonista. Scomparso il felice presagio, la nave ripiomba in un nuovo inferno, questa volta di luce e calore: resta immobile sull’oceano immoto a causa della bonaccia. Non tira un soffio di vento; quegli uomini sono abbandonati e isolati dal consorzio umano. La dimensione soprannaturale prende il sopravvento sulla realtà. Il mare si trasfigura in un ammasso in putrefazione, irriconoscibili forme con strane gambe strisciano in superficie, la notte s’illumina di fuochi fatui e l’acqua ribolle come la pozione di una strega («like a witch’s oils»).

Finalmente, un’imbarcazione spunta all’orizzonte: che finalmente qualcuno sia venuto a salvarli da quella trappola marina? Il marinaio grida, comunica la sua gioia ai compagni di sventura. La nave si avvicina sempre più, rivelando il suo vero aspetto: quello di veliero-fantasmaspectre-bark»), con vele fatte di ragnatele («restless gossameres», fili di ragno senza riposo) e, come passeggeri, la Morte e la Morte-in-VitaLIFE-IN-DEATH») che si stanno giocando ai dadi le vite dei marinai. L’incubo non è terminato, è semplicemente giunto a uno stadio successivo. Il protagonista scopre di essere stato l’unico a essere stato vinto ai dadi dalla Morte-in-Vita: è dunque destinato a vedere morire uno dopo l’altro i suoi compagni, e ad essere l’unico a sopravvivere, ma vivendo una vita dannata.

Il vecchio continua a narrare ancora storie di spiriti, fantasmi, cadaveri che riprendono vita, muovendosi in un immaginario sincretico di credenze pagane (i serpenti di mare, «water-snakes», animati da una luce magica, «elfish light») e cristianeTo Mary Queen the praise be given!», «Sia lodata la Vergine Maria!»), che spaventano oltremodo il convitato («I fear thee, ancient Mariner!», «Mi fai paura, vecchio marinaio!»).

Alla fine, dopo un lungo viaggio durante il quale il marinaio ha modo di espiare i propri peccati nei confronti della natura (si direbbe, dopo l’inferno, un itinerario purgatoriale), la nave lo riporta al suo paese natale. Sembra approdare al proprio paradiso, animato da un’incontenibile gioia.

O let me be awake, my God!
Or let me sleep alway.

O Dio, svegliami ora!
Oppure fa’ che io dorma per sempre.

L’incubo è finito, dunque? Ebbene, no. Al termine della ballata scopriamo che il marinaio, sempre più vecchio, è condannato a vagare per tutta la terra narrando la sua storia, poiché raccontare la sua sventura agli altri è l’unica maniera in cui riesce ad alleviare il dolore per il crimine commesso, che continua a bruciargli il cuore And till my ghastly tale is told, / This heart within me burns», «E finché non racconto la mia spaventosa storia, il cuore continua a bruciare dentro di me»).

Dopo il grande spavento provato durante il lungo racconto cosa rimane all’ascoltatore? La saggezza. Infatti, il vecchio rivela che il potere incantato della sua facoltà di parolastrange power of speech») gli permette di istruire una sola persona alla volta, l’unica tra le tante («I know the man that must hear me») destinata ad ascoltare il terribile racconto. Il vecchio marinaio ha insegnato al giovane convitato il segreto della vita, ovvero la preghiera d’amore per il creato, quasi un epimitio nel testo di Coleridge:

He prayeth well, who loveth well
Both man and bird and beast.

Prega bene, chi ben ama
sia gli uomini, che gli uccelli, che gli animali tutti.

Il giovane immaginato da Coleridge aveva rinunciato alle frivolezze della festa, riuscendo a elaborare la paura provata durante l’incontro col marinaio, trasformandola prima in melanconica tristezza e infine in conoscenza, divenendo più maturo, quindi, un vero uomo:

A sadder and a wiser man,
He rose the morrow morn.

Il mattino dopo egli si alzò,
e fu un uomo più triste, ma più saggio.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.