E-Motion Pictures – Ermanno Olmi

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E-Motion Pictures – Ermanno Olmi

Questo modo di fare il cinema significa scoprire il mondo.

Così Rossellini si pronunciava a proposito del documentario Un metro lungo cinque firmato da Ermanno Olmi (Bergamo, 24 luglio 1931), in occasione della premiazione al Festival del cinema industriale di Torino. Con una sola frase Rossellini, da maestro indiscusso che era, seppe riassumere un’intera produzione filmica e l’afflato artistico che ha ispirato Olmi, oggi ottantatreenne.

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Ermanno Olmi sul set de “L’albero degli zoccoli”

Non propriamente neorealista, e tristemente non mondialmente conosciuto come De Sica o Fellini, Ermanno Olmi condivide, tuttavia, con questi autori la passione per il quotidiano, per il piccolo, per i mondi ai margini. Il suo è un occhio antropologico, concentrato a scrutare, registrare, memorizzare e raccontare gli uomini del suo tempo nel loro ambiente naturale, sia esso la campagna o l’industria. Il suo esordio avviene, infatti, negli anni Cinquanta, in un’Italia che sta cambiando rapidamente, spinta e travolta dal boom economico, desiderosa di lasciarsi alle spalle gli spettri del passato per diventare, finalmente, una nazione degna di questo nome. Questo cambiamento passò anche dalle fabbriche, che è poi l’ambiente dove Olmi inizia a mettere alla prova quel talento artistico che tutt’oggi lo contraddistingue come uno dei migliori registi sul panorama italiano: comincia con i documentari e, sebbene egli non avesse alle spalle nessuna esperienza registica, Olmi riesce a lasciarci una testimonianza potente e onesta di una società che sta brutalmente trasformandosi: il brusco passaggio da una civiltà agricola a una industriale è stato raccontato da molti autori ma mai con la discrezione e il rispetto di Olmi, che spesso rifiutò di rendere centrale, nelle sue opere, quell’alienazione che invece molti suoi colleghi avevano ritenuto fondamentale. Olmi stesso, dopotutto, era stato un operaio. Un operaio che, per di più, veniva dalle campagne di Bergamo e che nasceva in una famiglia profondamente cattolica, ancorata a determinate tradizioni rurali.

Il lungometraggio d’esordio, il primo vero banco di prova per il regista, è Il tempo si è fermato (1959), a cui poi seguono Il posto (1961, premio della critica al Festival di Venezia), I fidanzati (1963) e E venne un uomo (1965), dedicato alla vita di Giovanni XXIII che aveva colpito un altro grande regista del tempo, Pasolini, non a caso un autore che spesso è a lui accostato per l’attenzione al quotidiano. In tutti questi film, infatti, risuonano gli echi di una vita trascorsa in mezzo alla natura, l’attenzione ai sentimenti semplici, il rapporto con gli altri e il rapporto con l’assenza degli altri. La solitudine è raccontata, mai denunciata o gridata: c’è una delicatezza impareggiabile, nella narrazione filmica di Olmi. Il suo cinema, come ha giustamente affermato il critico francese Christian Depuyper, è un cinema ipodermico, capace cioè di trasmettere il valore di un personaggio, in un determinato ambiente, con la sua sola presenza, senza bisogno di roboanti dialoghi o intensi primi piani. Che non mancano, sia chiaro, ma la cifra stilistica di Olmi è tale da riuscire a comunicare tutto ciò che vuole comunicare senza appesantire le sue pellicole.

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Ermanno Olmi sul set di “Torneranno i prati”

Il grande successo, però, è del 1978: L’albero degli zoccoli è premiato a Cannes e ottiene un successo mondiale strepitoso. L’ode al mondo contadino, a volte forse troppo lirica, è tuttavia una vera e propria lettera d’amore al suo mondo di origine, un attestato di stima e di affetto per quei contadini che, nonostante i sacrifici più duri, vivono una vita dignitosa e senza compromessi. Il periodo di silenzio successivo all’Albero degli zoccoli è dovuto ad una lunga malattia che tuttavia non indebolisce lo sguardo del regista bergamasco: i successivi lavori sono tutti successi. Lunga vita alla signora! (1987), La leggenda del santo bevitore (1988), Il segreto del bosco vecchio (1993), Il mestiere delle armi (2001), Cantando dietro i paraventi (2003), Centochiodi (2007) che, nelle intenzioni di Olmi, avrebbe dovuto essere il suo addio al cinema di finzione in favore di un ritorno al documentario. Così non è, per fortuna: nel 2011 esce Il villaggio di cartone, opera importante, che si interroga sul valore della Fede e che fa riecheggiare, nel suo piccolo, i grandi eventi della Storia recente, notabilmente l’estremismo religioso, e nel 2014 Torneranno i prati, film realizzato in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, del quale Olmi firma anche la sceneggiatura.

Dopo la laurea honoris causa in Scienze Umane e Pedagogiche per “la sua azione di valorizzazione delle radici culturali, della memoria, delle tradizioni, della grande storia e dell’esperienza quotidiana e delle piccole cose” conferitagli dall’Università di Padova nel 2013, il grande regista italiano ci ha lasciato il 7 maggio del 2018 all’età di 86 anni dopo una lunga malattia.

 

Giulio Scollo per MIfacciodiCultura

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