Il pARTicolare. Rembrandt e il suo “Autoritratto” del 1629

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Rembrandt Harmenszoon van Rijn nacque il 15 luglio 1606 a Leida e morì ad Amsterdam il 4 ottobre del 1669.

Un giorno seguii una lezione dedicata a Rembrandt del professor Flavio Caroli alla trasmissione Che tempo che fa.  Mi colpì molto la vita di questo uomo, prima che pittore.

Un talento estremo e una attiva capacità di assorbire le novità caravaggesche del suo tempo lo contraddistinsero.

Fu pittore del Seicento, secolo di stravolgimenti religiosi, emotivi e pittorici. Secolo dell’illusione in pittura, del serpentinato in scultura, della ricerca estrema di luci e ombre, di senso e consenso. Di distensione e tensione dei corpi. Il secolo della pittura barocca, fatta di ori e virtuosisimi. Ma lui non seguì questa strada.

Rembrandt seguì la strada di quel realismo inventato e divorato dal Caravaggio. Quella ricerca umana continua e distruttiva. Quella intensa ricerca del sé. Uno studio della luce, delle ombre, del marcio nell’umano, della semplicità delle linea, della fotografia degli attimi.

Rembrandt ebbe una vita sconvolgente. In pochi anni perse i suoi tre figli e sua moglie. Un cambiamento che scalfì la sua anima, e che lo portò sempre di più a ritrarsi, a studiarsi nelle sue verità più nascoste. Rembrandt infatti fu il pittore che più di tutti nella storia dell’arte si auto ritrasse. Un continuo dialogo con lo specchio, negli anni, nel suo tempo e nelle sue consapevolezze che passavano e crescevano.

Rembrandt, Autoritratto, 1629, Alte Pinakothek Munich
Rembrandt, Autoritratto, 1629, Alte Pinakothek Munich

Osserviamo il suo Autoritratto (1629), realizzato a 23 anni. Un capolavoro assoluto, per diversi motivi.

Un giovane, il giovane Rembrandt, si ritrae quasi correndo. Le spalle leggermente curve,  le labbra semiaperte come a prendere il respiro affannoso. O come a voler dire qualcosa di importante e segreto. La posizione è di tre quarti, tipica dei ritratti ma la sensazione generalmente impostata di questa posa qui muta completamente. In realtà, il corpo è totalmente in posa laterale, come interessato ad una strada diversa da quello dello spettatore, una corsa con e contro il tempo. È solo il viso che si volta verso chi lo osserva, e forse lo chiama. I capelli accennati hanno però diverse luci e colori, quasi dei riflessi rossicci che assorbono la luce proveniente da sinistra. Magistrale, il colletto. Un punto di luce estrema, un bianco luminoso e deciso nel buio generale della rappresentazione.

Un pARTicolare, mi colpisce.

Gli occhi. Gli occhi sono totalmente in ombra. Generalmente i ritratti e gli autoritratti si concentrano completamente sullo sguardo del protagonista, dai famosi ritratti del Quattrocento fino a quelli eleganti  e romantici dell’Ottocento. Qui, Rembrandt, si copre gli occhi. Gli occhi sono velati dall’ombra. Lo sguardo è così ancora più sfuggente e misterioso. L’orecchio e la guancia sono illuminati, il naso leggermente. Ma lo sguardo è solo accennato e nascosto.

Il giovane Rembrandt corre verso la vita. Non impegnato a posare per chi lo osserva.

Piano piano, negli anni, gli occhi di Rembrandt prenderanno luce, nei suoi autoritratti.

Prenderanno quella coscienza che forse arriva con la maturità, e una posa del corpo più ferma e decisa.

Qui vi è tutta la foga e la fretta della gioventù.

E gli occhi sfuggenti, e le labbra a raccontarci un segreto.

Che la luce, qui, non può ancora svelarci.

 

Federica Maria Marrella per 9ArtCorsoComo9

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