Da Hawking a Einstein: la curiosità per conoscere lo spazio-tempo

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Chi dice che il tempo sia lineare? La pretesa di misurarlo attraverso le lancette di un orologio nasce dal fatto che si considera il tempo come una somma di istanti consequenziali, la cui durata viene descritta dal filosofo Bachelard nel libro L’intuizione dell’istante, la psicoanalisi del fuoco (1938) come “una polvere d’istanti”. Ma perché dobbiamo credere che gli istanti siano l’elemento giusto per definire il tempo? In accordo con Einstein, l’unico dato certo è che ognuno vive la sua vita “nel qui e ora; non qui e domani, non laggiù e oggi”, ed è anche vero che a conti fatti quello che il nostro corpo era un secondo fa ora già non lo è più. Non siamo gli stessi che stamattina sono usciti dalla porta di casa per fare la spesa, non abbiamo nella mente i medesimi pensieri di qualche minuto fa perché nel frattempo ne sono subentrati altri.

A mantenere un ordine e una causalità non è il mondo intorno a noi ma il nostro inconscio, che di pari passo e con diversa consapevolezza rispetto alla percezione cosciente registra ogni cosa. Vengono così immagazzinati esperienze, nozioni, reazioni, legami, mentre ogni cellula non è più la stessa e la natura si perpetua indifferente intorno a noi. Bachelard afferma che l’ordine e i significati a tutto ciò che accade vengono dati dall’uomo, che “costruisce le immagini con i desideri, le esperienze materiali con le esperienze somatiche e il fuoco con l’amore”. Ogni senso a tutto quello che ci circonda è dato dall’impulso di vita, dall’affetto, dall’abitudine ad essere che spinge a creare e non a distruggere, ad anelare costantemente alle novità e a interrogarsi sui significati più profondi (se così non fosse stato fin dall’origine, gli uomini primordiali non avrebbero scoperto come produrre il fuoco).

Da ciò si deduce che la ricerca istintiva della novità sia quello che davvero caratterizza ciò che definiamo tempo. Perché, a pensarci, se tutto si ripetesse in maniera inalterata e circolare per sempre (paradosso di Einstein-Rosen), non staremmo dagli albori a inventare aggettivi, a modellare la materia e a tramandare le nostre storie. Se ci fosse solo un filo grigio invariato di eventi tutti uguali a se stessi, non avremmo ragione ma soprattutto interesse nel suddividere il tempo dandogli un ordine. E invece la novità e la creatività, definita dal già citato fisico dell’Energia come la vera motrice dell’universo, muovono l’esistenza e legittimano la concezione dello spazio e del tempo in continua evoluzione. Senza queste non avremmo avuto le idee che valsero il Premio Nobel a Enrico Fermi, che col suo paradosso affermò che se la Via Lattea è composta da 400 miliardi di stelle (cioè 10 000 per ogni granello di sabbia), basterebbe che anche solo lo 0,1% dei pianeti ospitasse la vita per avere 1 milione di pianeti abitati nella nostra galassia.

Sorprendente come la voglia di conoscere cambi le connotazioni che noi diamo al tempo. Un’altra data rimasta impressa negli annali è il 28 giugno 2009, quando Stephen Hawking organizzò una festa a Cambridge invitando eventuali time travellers. “Benvenuti, viaggiatori nel tempo”, scrisse su un cartellone, salvo poi non accogliere nessun ospite. Assurdo? Può darsi, eppure numerosi scienziati, ultimi tra tutti Robert Nemiroff e Teresa Wilson della Michigan Technological University, continuano a perseguire questi esperimenti. Che si creda o meno al destino, alla casualità o alla non linearità quantistica, quello che conta è continuare a porsi domande perché solo così ci si avvicinerà in ogni momento ad arricchire il tempo di scoperte nuove. Le quali modificheranno lo spazio e il modo con cui lo percepiamo e giudichiamo. Anche se accettassimo di essere i soli nell’universo, sperduti in un’infinitudine di buio, continueremo a porci domande e a meravigliarci. Perché è l’unica maniera per vivere davvero appieno il qui ed ora.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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