Camille Claudel: «Il mio artista preferito? Io»

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«Il mio artista preferito? Io».
Così parlava a poco più di vent’anni la scultrice Camille Claudel (Fère-en-Tardenois, 8 dicembre 1864 – Montfavet, 19 ottobre 1943). Ben lungi dall’essere l’affermazione di egotistica narcisista, questa frase provocatoria racchiude in sé probabilmente la cifra artistica (ma anche la crisi esistenziale) di un’anima inquieta, femminile, ferina e delicata allo stesso tempo, l’anima di un grande artista costretto all’oblio, come molti altri che con lei hanno in comune il genere, e che è passata alla storia “solo” per essere stata la musa e la compagna di Auguste Rodin di vent’anni più vecchio di lei, per aver tentato di ingelosirlo intavolando una burrascosa relazione nientemeno che con Debussy nel periodo in cui lui aveva deciso di non troncare la sua lunga liaison con Rose Beuret e che infine finì i suoi giorni nell’ospedale psichiatrico di Montfavet presso Avignone, dove fu rinchiusa per trent’anni, abbandonata dall’uomo della sua vita, sconvolta per la morte del padre, tradita da una madre castrante e da un fratello diplomatico in carriera, che avevano deciso di sacrificare l’amore di cui aveva bisogno la giovane donna alle regole del quieto vivere borghese.

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Camille Claudel

Camille donna piena di passione, prima ancora che scultrice.

Un coacervo di passioni che lo stesso Rodin una volta osò definire «una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio».
Personalità, grazia, temperamento, sensualità… Parole che vengono in mente leggendo la biografia e scorrendo le opere di Camille, o i “ritratti” appena abbozzati che Rodin stesso ci ha lasciato di lei.

Come molti studiosi hanno dimostrato Camille non era realmente pazza, aveva solo bisogno d’amore. E una volta che lo avesse conquistato (o che l’amore, coi suoi fisiologici sconvolgimenti, avesse conquistato lei) poteva battersi fino allo sfinimento per trattenerlo, vivendo l’angoscia della perdita come uno spasmo letale.

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L’Âge mûr, 1894-1900

Un dolore a cui la Claudel dette forma nella sua opera più famosa: L’Âge mûr, del Museo d’Orsay, commissionatale indirettamente nel 1895 dallo stesso Rodin, esposta nella sua versione in gesso e realizzata in bronzo solo successivamente. Riconoscibile per la maestosità e l’imponenza, per lo stile spiccatamente rodiniano ma allo stesso tempo personale e soprattutto per l’evidente contenuto autobiografico in cui una piccola Camille in ginocchio cerca di trattenere il titanico “vecchio” amante che l’abbandona per un’altra (secondo alcuni, in una facile lettura psicanalitica che strizza l’occhio a quel complesso edipico freudiano tanto in voga fin dai primi del Novecento, in realtà rappresenta la figura paterna in occasione della sua dipartita). Un’opera che probabilmente avrà fatto storcere il naso a generazioni di femministe, per l’evidente auto-umiliazione che sembrava volersi infliggere la donna nei confronti dell’universo maschile, ma che forse ha di bello il voler dare corpo a tutta la sua fragile e profonda umanità.

Leonardo Cesari per MIfacciodiCultura

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