Artemisia Gentileschi: il coraggio di essere artista

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Artemisia Gentileschi: il coraggio di essere un’artista

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Susanna e i Vecchioni (dettaglio), 1610-1611

Se nel corso della Storia dell’Arte è difficile trovare figure di riferimento femminili, ma nel corso del Seicento proprio una donna si afferma come esempio di creatività ma soprattutto di indipendenzaArtemisia Gentileschi nasce l’8 luglio del 1593 a Roma, figlia del pittore caravaggesco Orazio Gentileschi, presso la cui bottega spicca subito sui fratelli per uno straordinario talento “nonostante” sia donna. A Roma Artemisia può crescere circondata dalla grande Arte seicentesca, di cui fa diretta esperienza: all’epoca Caravaggio lavora alla Chiesa di Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi, sono attivi Guido Reni e Domenichino, e i Carracci lavorano alla Galleria Farnese. Una pittura relegata in un universo prettamente maschile quindi, che Artemisia riesce invece a fare sua nonostante tutte le sue influenze arrivino ovviamente da uomini, soprattutto dal padre Orazio e da Michelangelo Merisi. La Gentileschi è infatti costretta all’apprendistato nella bottega del padre come unica via per l’apprendimento, poiché essendo donna qualsiasi scuola di formazione le sarebbe stata proibita.

Nel 1610 Artemisia realizza quella che viene identificata come la sua prima opera, Susanna e i Vecchioni, nella quale è evidente l’assimilazione del realismo caravaggesco unito ad una sapienza coloristica ereditata probabilmente dalla scuola dei Carracci di Bologna. Il dipinto viene presentato alla Granduchessa di Toscana Cristina di Lorena con una lettera di elogio del padre, Orazio Gentileschi, che si dimostra estremamente sensibile al talento della figlia, e desideroso di promuoverlo.

Se Artemisia Gentileschi si afferma quindi come artista donna in un’epoca impensabile per l’emancipazione femminile, come il Seicento, la sua figura diventa importante però anche e soprattutto come riferimento per le donne che lottano non solo per l’indipendenza della loro Arte, ma anche della loro integrità. Soltanto un anno dopo rispetto alla realizzazione di Susanna e i Vecchioni infatti, nel 1611, Artemisia viene stuprata dal pittore e amico di famiglia Agostino Tassi. Molti critici tendono infatti a posticipare l’opera della pittrice romana proprio all’anno della sua violenza, e identificano i due Vecchioni che opprimono Susanna come simbolo e messa in scena della tremenda disavventura dell’autrice.

Gli atti rimasti del processo (dal quale Agostino Tassi uscì con una lieve condanna), hanno reso Artemisia Gentileschi una figura di riferimento per il movimento femminista del XX secolo, ammirata per aver espresso con coraggio e crudeltà un resoconto lucido spietato della violenza subita. Violenza fisica suggellata poi da una violenza psicologica, che costrinse la Gentileschi a deporre le accuse in seguito alle torture subite.

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Giuditta e Oloferne, 1612-1613

Artemisia non si dà comunque per vinta e, come forse aveva già in Susanna e i Vecchioni, sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione in ciò che meglio sa fare: dipingere. Nel 1612-1613 realizza una splendida e violenta versione di Giuditta e Oloferne, che i critici hanno voluto interpretare come espressione di un senso di rivalsa e vendetta contro l’universo maschile.

In seguito a queste vicende comunque, la vita di Artemisia continua: nel 1612 sposa Pierantonio Stiattesi, artista fiorentino, e si trasferisce prima a Firenze, in seguito torna a Roma ed è forse a Venezia, fino a stabilirsi definitivamente a Napoli, dove muore il 14 Giugno del 1653. Non è solo la vita sentimentale ad andare avanti comunque per Artemisia, ma anche e soprattutto la sua Arte: nel 1616, dopo il trasferimento a Firenze, diventa la prima donna ad essere accettata all’Accademia delle Arti e del Disegno e conquista l’ammirazione dei Medici. A Napoli, dove si stabilisce nel 1630, dipinge tre tele per la Cattedrale di Pozzuoli, e a Londra, dove si reca nel 1639 per assistere il padre morente alla corte di Carlo I, continua la sua attività di apprezzata pittrice.
Rientrata nella città partenopea, vi morirà il 14 giugno 1653.

Artemisia Gentileschi diventa così la prima donna che, con fatica e sofferenza, conquista un’indipendenza impensabile per l’epoca nella quale vive, e si afferma come prima artista al femminile in un mondo artisticamente ed umanamente misogino, come quello del Seicento.

Con queste parole, sicuramente provocatorie, la ricorda il critico e storico dell’Arte Roberto Longhi, in un saggio del 1916 dal titolo Gentileschi padre e figlia:

[…] L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità […]

Marta Vassallo per MIfacciodiCultura

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