Decontestualizzazioni vivaci e senza peso: Marc Chagall pittore fanciullino

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Decontestualizzazioni vivaci e senza peso: Marc Chagall pittore fanciullino

Marc Chagall

Marc Chagall è “nato morto” il giorno 7 luglio 1887, quando i cosacchi hanno assalito il suo villaggio Vitebsk (oggi in Bielorussia) in un pogrom. La sua è una famiglia di ebrei, costretta a una condizione precaria nella Russia degli zar. Fin da giovane Marc vuole studiare pittura e si trasferisce a San Pietroburgo per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Ma agli ebrei è richiesto un permesso apposito per soggiornare in città e per un certo tempo l’artista è costretto alla prigionia. Nel 1912 aderisce alla Massoneria.

Scolpitosi una solida fama, si muove verso Parigi, per entrare in contatto con la comunità artistica di Montparnasse: si avvicina a Guillaume ApollinaireRobert Delaunay e Fernand Léger. Il 1917 lo vede protagonista attivo della rivoluzione: è Commissario dell’arte per la regione di Vitebsk, dove fonda una scuola d’arte e il Museo d’Arte Moderna. Ma il suo stile fresco, volutamente naïf, impatta violentemente contro il suprematismo della scuola di El Lissitsky.

La cultura ebraica guida inevitabilmente la scelta dei soggetti di Chagall: molti gli episodi biblici, accanto alle scene di vita popolare russa. È nell’arte contemporanea in posizioni diverse: si lascia strattonare nei movimenti parigini che precedono la Prima Guerra Mondiale e poi nelle avanguardie. Ma è sempre un camminare sui cornicioni, liminare, mai completamente addentro, neppure nel cubismo e nel fauvismo. Si lascia invece maggiormente coinvolgere nella Scuola di Parigi e dal rapporto con Amedeo Modigliani.

A Parigi si trasferisce nel 1923 e qui inizia la raccolta e pubblicazione delle sue memorie in yiddish. Dal 1937 è un cittadino francese. Il 22 giugno 1941, giorno dell’invasione nazista della Russia, la famiglia Chagall sbarca in America, dopo aver ridisegnato l’Europa, in fuga dalla progressiva espansione della Germania di Hitler. Qui muore la compagna, Bella Rosenfeld, soggetto puntualmente ritornante nei suoi quadri. Chagall esce dalla voragine nera di questi ultimi tristi avvenimenti qualche anno dopo, risposato, in Provenza. I suoi colori si ritonalizzano, modellandosi in figure sinuose, inni all’amore e alla gioia di vivere. Sono anni in cui mette le mani anche in ceramica e vetro e si cimenta nella scultura. Passa attraverso la Grecia, la Russia e Israele.

Marc Chagall, La passeggiata, 1918

Negli anni Sessanta e Settanta cura grandi progetti, che interessano aree pubbliche e importanti edifici religiosi e civili. Ma vicino alla grandezza c’è sempre l’affetto incrollabile per i riferimenti all’infanzia, tagliati dei momenti meno felici. La serenità di quell’età si legge anche nell’impasto di colori vivaci e brillanti. Anche la fiaba permea le sue opere, forte componente della tradizione culturale russa. È un colore di energia straripante, che con il tempo scavalca i confini netti delle forme. Le figure si sfaldano in macchie o fasce di colore, sulla scia di tanti artisti del Tachisme (da tache: macchia in francese). Il colore si personifica soggetto del dipinto, e si scatena dall’involucro della forma.

Fa quasi del fauvismo onirico Marc Chagall, impugnando il colore in modo ipersentimentale e deformando figure da sogno, ma felici. Nelle sue semplificazioni si respira anche il primitivismo russo dei primi anni del Novecento. Parla tramite i sogni, e con gli occhi e con il cuore del bambino che era, e che ancora, forse, vorrebbe essere. Ogni soggetto apre a uno stupore, più o meno grande, di diversa profondità. I suoi personaggi sono scollati dall’appiattimento becero del quotidiano, e traslati in un universo candido, parallelo, genuinamente spensierato. Molti volano, galleggiano nell’aria come palloncini.

Marc Chagall muore a Saint-Paul-de-Vence, il 28 marzo 1985.

Francesca Leali per MIfacciodiCultura

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