Domenico Baccarini e Orazio Toschi: la sensibilità romagnola di fin de siècle

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Sul finire dell’800, a Faenza l’insegnamento di plastica e intaglio avveniva tramite le lezioni del maestro Massimiliano Campello presso la scuola di Arti e Mestieri diretta da Antonio Berti. Fortunatamente accadde che anche lì, nel gioiello in provincia di Ravenna dove Champfleury aveva ambientato Il violino di Faenza (1877), si captarono e accolsero le novità che gli ultimi riflessi di Belle Époque e l’avvio delle Avanguardie stavano portando. I giovani, secondo Berti, avrebbero dovuto legittimare e dibattere di tali sconvolgimenti in atto, e per farlo avevano bisogno di una figura che li guidasse, brava nel figurativo e nell’ars oratoria: scelse Domenico Baccarini.

  • Domenico Baccarini

Da sempre abile osservatore di stampe, Baccarini finì per trasporre le linearità monocrome nel modellamento di bassorilievi e nell’ideazione di busti. Studiò a Faenza e poi si recò a Roma e Firenze, e sempre con al suo fianco la modella e donna della sua vita, Bitta (Elisabetta Santolini), Baccarini ritrasse le sue forme ispirandosi al Simbolismo. Nell’opera Scultura dal Duecento a Novecento a Forlì, G. Viroli afferma che

le sue donne sono esili, sfilate, sinuose, addossate a qualcosa di falsamente etereo

Accolto alla Biennale di Venezia, Baccarini realizzò maioliche per i fratelli Minardi (oggi conservate, insieme ai disegni ad olio, alla Pinacoteca di Faenza) e bassorilievi in gesso, bronzo e terracotta, oltre a tre opere, oggi al Fondo Piancastelli, che consacrarono la sua personalità: Busto di giovane donna, la Primavera (1902), Busto di donna (1902) e Sensazioni dell’anima (1902).

Domenico Baccarini
Domenico Baccarini, “Sensazioni dell’anima”, 1902

Baccarini accolse e legittimò la spinta di Antonio Berti, e diede vita a un circolo dove poterono radunarsi artisti e liberi pensatori per discutere periodicamente di tutto ciò che stava avvenendo nel mondo. Tra i membri del fecondo circolo baccariniano vi fu Orazio Toschi:

  • Orazio Toschi

Oltre a Domenico Rambelli, Ercole Drei, Giovanni Guerrini e Francesco Nonni, Orazio Toschi partecipò con fremente interesse a tutti gli incontri. Con la sua formazione classica, espresse la sua opinione sul fascino dei ghirigori in stile Art Nouveau, sull’eleganza delle stoffe serine e delle chiome fulve preraffaellite, e discorse delle influenze del Sintetismo, del Secessionismo e finanche dell’avvenire del Simbolismo, che coi suoi schizzi monocromi evocherà sempre il sublime intellettuale della Commedia illustrata da Gustave Dorè e l’esoterimo magico delle streghe e delle nature di Eugène Grasset.

Orazio Toschi, “Il gelsomino notturno”, 1927

Toschi arriverà ad esporre il suo stile innovativo a Ravenna e Bologna fino ad esporre a Roma, nel 1918, una mostra personale. Qui conoscerà Marinetti, che, estremamente affascinato, inviterà Toschi alla mostra futurista l’anno successivo a Milano. Il dinamismo, la frenesia e l’eccitazione artistica e culturale attrassero inizialmente il giovane Toschi, ma col tempo egli finirà per prediligere il ritorno a una linearità pura, ricca di luci e meno divagante in significazioni nascoste. Felice Casorati e la solitudine sospesa tipica del Realismo magico risposero a tale esigenze, e per tutta la vita trascorsa in Toscana, Toschi fu fedele al Sintetismo delle forme pur concedendogli un tocco di inspiegabile malia.

Scelse tinte viola o purpuree per simboleggiare l’arrivo della notte, come in Il gelsomino notturno (1927), che richiama Edward Potthast per via del gioco tra luce e ombra, tra intuizione d’intenzioni (la donna con il piccolo lume) e l’evidenza della chiara notte in corso. La mente vagheggia e s’adagia nelle forme accoglienti del cespuglio ceruleo e insegue gli avanzi di cespugli rachitici immersi nella notte a metà: nel mentre, emerge un gelsomino con l’ombra di un bianco risveglio.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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