I Grandi Classici – “Siddhartha”, l’illuminato che cerca la saggezza nell’oblio: di sé e della vita moderna

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Strani sono i processi di pensiero delle persone, o Siddhartha, i modi di pensare delle persone sono tanti e strani: tanto strani che il tuo romanzo, o Siddhartha, il romanzo che nel titolo porta il tuo nome, è divenuto negli anni un successo mondiale, un simbolo e un’ispirazione per generazioni di giovani attratti dal misticismo di stampo orientale.

I Grandi Classici – Siddhartha, l'illuminato che cerca la saggezza nell'oblio: di sé e della vita modernaLa citazione di cui sopra è, ovviamente, del tutto inventata, allo scopo di illustrare didatticamente la figura retorica dell’inversione, che Herman Hesse usa a piene mani in quella che (assieme al Lupo della Steppa, Narciso e Boccadoro e Peter Camenzind) è una delle sue opere maggiori, allo scopo di rendere aulico il tono della frase, che con tale artifizio diventa alquanto “mistica”.

Siddhartha, anzi, si può ritenere l’opera di maggior successo di Hesse e più universalmente nota: pubblicato per la prima volta nel 1922, la sua fortuna iniziò dagli Stati Uniti per poi diffondersi a macchia d’olio in tutto il mondo grazie all’interesse suscitato nei giovani che in questo testo trovano da quasi un secolo preziosi insegnamenti di vita: e li trovano in questo testo para-romanzesco, dalla trama che coincide con la vita del protagonista, fatta di pochi avvenimenti e molte riflessioni filosofiche sulla natura dell’esistenza, vista appunto attraverso il filtro di una filosofia di stampo orientale.

Parlare di trama e/o intreccio non ha praticamente senso: il protagonista, Siddhartha appunto, passa attraverso varie esperienze, prima come brahmano, poi come ascetico samsara, con lo scopo costante e in larga misura frustrato di trovare l’illuminazione da un lato e di staccarsi da sé dall’altro, poiché solo nell’annullamento di sé si può trovare la via. In alcune note critiche, Siddhartha-personaggio viene definito “uno che cerca”: in un’ottica occidentale, da cumènda con la fabricheta di mobili in Brianza, verrebbe definito uno che cerca sì, ma soprattutto che cerca di vivere senza lavorare. In maniera forse inconsapevole, Hesse illustra una situazione sociale in cui eserciti di monaci passano da una meditazione all’altra, seguendo svariate regole, precetti e procedure di mortificazione alla ricerca dell’illuminazione, improduttivi ed inetti se non per la meditazione e l’attesa.

D’altra parte, Siddhartha-libro è un’opera ricca di contraddizioni, tante quante quelle dell’esistenza di chi necessita di seguire dei precetti religiosi per trascorrere la propria esistenza terrena: fin dalle prime pagine, appare chiaro, e francamente ridicolo, che esiste in modo larvato e strisciante una sorta di competizione tra i brahmani, quasi che la via della saggezza sia un percorso da percorrere il più velocemente possibile accumulando punti nei traguardi intermedi come in una corsa ciclistica, tanto che Siddhartha, che è dotatissimo fin dalla giovane età, viene subito descritto come un principe tra i brahmani.

hesse-paroleA costo di attirarci le antipatie dei fan di Hesse (ma se non dicessimo mai nulla di fastidioso vorrebbe significare che quello che diciamo non ha importanza), specifichiamo qui una cosa: lo stile di Hesse è totalmente didascalico ed esplicativo, cosa che rende l’opera meno romanzesca e più documento programmatico/saggio. Ci sono, è vero, alcuni dialoghi con figure di contorno che hanno la funzione dell’antagonista-interlocutore nel dialogo platonico: ma sono a loro volta dichiarazioni programmatiche in forma di dialogo anziché di resoconto del narratore esterno (e onnisciente), che non aiutano lo sviluppo di una storia né la definizione dei tratti del personaggio. Le qualità di Siddhartha, insomma, non emergono dallo sviluppo narrativo ma sono elencate, cosa che abbassa di molto il livello narrativo. Si toccano poi anche dei momenti di comicità involontaria, perché ricorrere a tale espediente costa caro in termini di aggettivazione, cosa aggravata dalla necessità del tono aulico, per cui la scrittura diventa una ricerca disperata dell’aggettivo non ancora usato che nemmeno la caccia ai Pokémon: capita allora che il mercante Kamaswami, nel momento stesso in cui compare in scena, venga definito “un uomo vivace e duttile“, con un notevole effetto comico involontario davvero notevole.

Siddhartha, comunque, anche attraverso le contraddizioni  implicite nelle presentazione delle dottrine, è ricco di spunti di riflessione e collegamenti: non sfugge né al lettore attento né allo studioso di mistica il fatto che Siddhartha passi dall’ascetismo e dal distacco dal mondo materiale, alla ricerca del piacere e dei piaceri terreni, nel momento in cui cade preda di una tempesta ormonale per la “cortigiana” Kamala. Assoluzione/auto-assoluzione, Siddhartha supera il conflitto gratificandosi con una presunta superiorità morale che gli consente di  vivere nel lusso e negli agi, con servi al suo servizio e concentrato alla ricerca del piacere con Kamala ma con un “superiore distacco filosofico”.

Siddhartha-personaggio, peraltro, è comunque un privilegiato sin dall’inizio, essendo figlio di un potente e famoso brahmano: con lo scorrere delle pagine, la sua figura ricorda quella di molti sessantottini, di personaggi che non sono «rimasti sulla nuvola in calzoni» (Vecchioni), tratto discendente di una «generazione che ha perso» (Gaber), ribelli col paracadute che nel giro di pochi anni passando dalla lotta operaia di estrema sinistra al CdA di qualche banca.

hesse-kamasutraSiddartha-pamphlet è anche intriso di ipocrisia: colto da giusti appetiti di natura sessuale per una bellissima donna che vive delle sue arti amatorie, è lontano dal chiamare le cose col loro nome e le maschera dietro un afflato poetico di comodo: «apprendeva l’arte d’amore, praticava il culto del piacere», lo studio delle posizioni del Kamasutra diventa per il privilegiato Siddhartha un momento di elevazione spirituale.

«Quando non ha niente da mangiare, digiunare è la cosa più saggia che un uomo possa fare» è una delle perle che ci regala la lettura del capolavoro di Hesse, e detta senza alcun intento comico come invece avveniva nelle trasmissioni di Renzo Arbore. Spesso lo ascolto, spesso lo guardo negli occhi, e sempre ho imparato qualcosa da lui. SI può imparare molto da un fiume, si trova anche, ma come da prassi il narratore si guarda bene dal rivelarci anche una soltanto delle cose che i personaggi imparano nei loro passaggi animistici.

Ci sono comunque passaggi che si prestano a considerazioni sull’alienazione della vita moderna, sulla «malattia morale dei ricchi» (si parla dei beni materiali come di catene, allo stesso modo del Fantasma di Marley): ma un aspetto su tutti è significativo, ossia la necessità/desiderio del superamento dell’Io. Quello di Siddhartha è un romanzo di formazione e Siddhartha è un personaggio moderno dai tratti pirandelliano/sveviani: ancora la contraddizione, la consapevolezza che si raggiunge con la meditazione dovrebbe servire al raggiungimento del distacco e dell’oblio.

La rinascita è senza pensieri e frustrazioni, una pernice di montagna, lotofagi e bevitori di assenzio, fumatori d’oppio e dervisci tourneurs: «tutti desiderano obbedire e pensare meno che si può. Bambini sono gli uomini».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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