Edgar Degas: la danza furtiva delle ballerine nascoste dietro le quinte

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Le ballerine color pastello di Degas e l’eco vermiglia delle fanciulle di Toulouse Lautrec mi sono tornate in mente dopo aver visto su Rai Storia il breve documentario Una vita sulle punte, che testimonia le aspettative e le speranze degli artisti, novelli e professionisti, nel secolo scorso. Era il 30 marzo 1967, e una donna dai capelli neri e lucidi raccolti con avidità di grazia in uno chignon raccontava, con un sorriso beffardo a fior di labbra, il suo sogno: esibirsi da prima ballerina nel tempio dei talenti, il Teatro Bol’šoj di Mosca. Purtroppo, commenta un altro ragazzo dagli occhi chiari, magari azzurro myosotis, all’estero i talenti vengono premiati, «in Italia è più difficile perchè lo Stato non aiuta i teatri, e gli artisti devono un po’ inventarsi qualcosa, conquistando gli affezionati». Oggi, mi domando, le cose sono cambiate? I talenti vengono valorizzati o i palcoscenici fungono solo da arena catartica in cui scaricare i grigiori, quelli mattinieri dei fumi urbani, gli opachi con cui gli umori s’incartapecoriscono di monotonia o finanche i grigiori delle cravatte preconfezionate, che simboleggiano forme pirandelliane di mascherine omologate?

Edgar Degas, “Ballerina verde” (1877-79)

Credevo in tutto, le persone volgari che recitavano insieme a me mi apparivano simili a dèi, le scene dipinte erano il mio mondo. Conoscevo solo delle ombre e le credevo realtà (Sibilla Vane a Dorian Gray)

Edgar Degas, “Ballerina dietro le quinte” nota anche come “Le quadro ballerine in blu” (1897)

E gli interpreti, quando sono in scena tramandano il Bello, che per Leopardi nello Zibaldone dei pensieri è lontano dai vagheggiamenti degli astrattismi metafisici ma consiste nel comprendere la Natura col suo eterno dualismo di ardore e tragedia? Alcuni ci hanno provato. Uno tra tutti, Edgar Degas. Membro fondatore, nel 1874, insieme a Pissarro, Sisley, Monet, Renoir e alla pittrice Berthe Morisot, della mostra collettiva Societè anonyme des artistes peintres, sculpteurs, graveurs etc, Degas non s’adattò ai conformismi da Salon e ideò colori e punti d’osservazioni nuovi. Come Egon Schiele fece con le sue modelle poliedricamente espressioniste, Degas conobbe personalmente le sue ballerine, le osservò ferme e in movimento, incantate nei vagheggi e alle prese col loro lavoro; poi le fotografò e, unendo i diversi scatti, plasmò un’intero repertorio. Il trait d’union era la danza, e le ballerine la costante dagli anni ’70 con Ballet Rehearsal a Ballerina verde (1879) a Ballerine alla sbarra (1907) fino a Ballerina dietro le quinte del ’97. In quest’ultima opera, nota anche col nome Le quattro ballerine in blu, si osserva il momento prima del debutto in scena. Le protagonista stanno ricapitolando coi loro corpi i movimenti e i ruoli che dovranno ricalcare di lì a breve, e quasi inconsciamente creano un cerchio centrale nel vuoto, che è archetipo del dinamismo.

Dinamismo di forme e guizzi di azzurri pastellati, con l’ocra sullo sfondo e il marrone sherry delle acconciature che evoca Berthe Morisot; e poi di nuovo a interrompere la staticità ci pensano il fiocco rosso, uno sguardo attento verso il braccio e un altro assorta in sghiribizzi metafisici mentre in pochi ascoltano davvero il maestro Jules Perrot nella Classe di danza (1873-76). Non tutte le ballerine sembrano voler diventare ètoile, o forse il metodo le annoia, ma poco importa: nella stanza stanno penetrando i riflessi sfumati color giada, stanno adombrando il portone in marmo, le tavole de pavimento e a breve circonderanno anche le fanciulle disattente. Che, per quanto sono realmente lì, potrebbero essere delle statue. Ma chissà con la mente quanti colori stanno inventando.

Toulouse-Lautrec, “La danza moresca” (1895)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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