“La fattoria degli animali” di George Orwell: una rivoluzione animalista

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«Tutti gli animali sono eguali, ma alcuni sono più eguali degli altri». Questa massima passata alla storia tratta da La fattoria degli animali, di una semplicità disarmante, è il tentativo orwelliano di spiegare i meccanismi perversi che portarono alla corruzione di quegli ideali rivoluzionari e democratici figli di una nuova e moderna sensibilità, avida di società più giuste ed egualitarie.

George Orwell (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950)

È il 17 agosto del 1945, siamo agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale, i mesi precedenti avevano visto la Germania nazista arrendersi all’arrivo delle truppe alleate. Sono attimi cruciali per le grandi potenze, smaniose di assumere un ruolo di primo piano in quelle che saranno le trattative per porre le basi al nuovo assetto europeo e mondiale del secondo dopoguerra. È dunque un 17 agosto ancora “caldo”, quello che vede pubblicata l’opera dell’inglese George Orwell intitolata Animal Farm; un 17 agosto che però si sta già avviando verso uno scenario ed un clima totalmente differenti, segnati da quella cortina che, calando inesorabilmente da una parte all’altra dell’Europa, avrebbe presto segnato il confine tra due grandi blocchi, USA e URSS, futuri protagonisti del secondo Novecento.

La fattoria degli animali si presenta come un romanzo satirico che fa della Russia rivoluzionaria di Stalin il suo bersaglio principale, motivo per cui la sua pubblicazione venne in principio ostacolata: Orwell aveva difatti ultimato il suo capolavoro già nel 1943, quando i rapporti con l’Unione sovietica risultavano fondamentali per la potenza inglese che, ancora belligerante, aveva tutto l’interesse ad evitare di offendere l’alleato.

L’opera narra in toni fiabeschi le vicende di una fattoria e dei suoi animali, i quali, stanchi di essere vessati e sfruttati da un padrone sempre meno interessato al benessere e al buon funzionamento delle sue proprietà, decidono di ribellarsi con l’obiettivo di governarsi da sé e dar vita ad una società in cui ognuno possa produrre secondo le proprie possibilità e ricevere secondo i propri bisogni. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, ispirata ai principi dell’Animalismo, le cui basi erano state poste dal Vecchio Maggiore, un maiale saggio ma ormai anziano, che prima di esalare l’ultimo respiro era riuscito a condividere con il resto degli animali i suoi ideali di libertà e uguaglianza.

I maiali dunque, ritenendosi dotati di maggior intelligenza, si sentono legittimati a porsi come capi della rivolta: in particolare due ne diventano i protagonisti principali, Palla di Neve e Napoleone, quest’ultimo destinato ad avere la meglio e a condurre le sorti della fattoria in seguito alla cacciata degli uomini, quando si parlerà non più di “Fattoria padronale”, bensì di “Fattoria degli Animali”. La narrazione si sviluppa poi attraverso una minuziosa descrizione dei fatti che seguono la rivoluzione e di come Napoleone giunga a tradirne i principi fondamentali, assumendo un atteggiamento dispotico, governando la fattoria non più in nome di convinzioni “animaliste”, ma piuttosto mosso da una sete di potere tanto perversa da rendere corrotto e ipocrita anche l’ideale un tempo più puro. L’apoteosi di una tale evoluzione emerge nell’ironico finale quando l’ormai dittatore giunge addirittura a riappacificarsi con il nemico originario, l’uomo, di cui ormai ha assunto i tratti, rendendo quasi impossibile fare delle distinzioni tra la casta dominante dei maiali e la combriccola di fattori riuniti tutti attorno alla stessa mensa.  Una favola che è anche e soprattutto allegoria, in cui ogni personaggio ed evento trovano corrispondenze puntali in quella realtà russa postrivoluzionaria. Così nel Vecchio Maggiore è possibile vedere riflessa l’immagine di Karl Marx, teorico della dottrina comunista, che ispirò i principi su cui si basò la Rivoluzione del 1917.

animali
La fattoria degli animali

Il confronto tra Palla di neve, emblema di un idealismo incorrotto, e Napoleone, meno legato a principi ideali e volto più all’azione pratica, ricorda quello storico tra le due principali personalità uscite vittoriose dalla rivoluzione bolscevica, Trotsky e Stalin. Procedendo in tal modo si potrebbe fare un’analisi simile per tutti i personaggi e gli eventi descritti nel romanzo, andando a ricercare analogie e corrispondenze e facendo così emergere la realtà storica intrappolata al disotto degli intrecci fiabeschi.

Orwell, intellettuale e scrittore di posizioni socialiste e democratiche, distanziatosi dal generale compiacimento filo-sovietico, parte quindi da una critica nei confronti della dittatura stalinista per giungere ad un più ampio disgusto verso qualsiasi forma di dominio e oppressione dell’uomo sull’altro. In termini riduttivi, si è parlato di pessimismo orwelliano nei confronti delle grandi ideologie novecentesche, in particolare del comunismo. Andando oltre, ciò che traspare sfogliando le pagine de La fattoria degli animali è una riflessione che forse l’autore fa tra sé e sé chiedendosi quanto un ideale possa rimanere puro anche nella sua concretizzazione, o se esso sia destinato ad essere corrotto inesorabilmente nel momento stesso in cui tenta di divenire realtà. Egli pare dunque suggerire l’impegno intellettuale come unico e ultimo appiglio a cui aggrapparsi per far fronte alle distorsioni della realtà da cui il potere trae nutrimento.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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