Generazione Otaku e Hikikomori: tra Giappone e Italia, la nuova solitudine

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Otaku e Hikikomori nascono in Giappone e, ad oggi, nel Sol Levante sono più di un milione. Ma anche in Italia i numeri non sono rassicuranti: si aggirano intorno ai 100 000, con un balzo di 30 000 unità nel 2016.

Ne sentivo parlare da anni: prima li chiamavano Otaku, erano adoratori ossessivi di manga, anime e videogame. Otaku significa casa, perchè queste persone tendevano a non uscirne. Vivevano nel loro mondo dorato, la propria stanzetta, tappezzata di poster e merchandising dei loro idoli virtuali. Erano divoratori di miti di carta. I nuovi reclusi. Oggi hanno un nuovo nome: Hikikomori. Moderni anacoreti, i solitari delle megalopoli ordinarie. Se prima gli Otaku erano ossessivi, ora gli Hikikomori avevano fatto di quelle ossessioni un metodo. La reclusione era il punto di partenza. E a ben vedere, un punto di non ritorno (Igort, Quaderni giapponesi)

Quando Igort, il primo fumettista occidentale di manga, ne parla nel secondo volume dei Quaderni giapponesi, li definisce “esseri lunari”, in balìa del monopolio della competizione da piccoli e del giogo della produttività stacanovista da adulti. Una società dedita al perfezionismo e non disposta a legittimare insicurezza, introversione e timidezza potrebbe, spiega l’artista Yao Yui Chung in occasione del progetto OnLife, spingere a rintanarsi nella solitudine, vista come unica via di fuga. Ridursi a non uscire più dal proprio simulacro protetto espone alla depressione e alla schizofrenia, derive pericolose ma inevitabili quando si edifica la cybermente a discapito della tecnologia antropocentrica, cioè al servizio dell’uomo.

Yao Yui Chung come Igort, entrambi raccontano anche la deriva di alcune applicazioni, quali Love Plus, in cui le persone interagiscono con fantasmi di un partner ideale. In Giappone esistono sono addirittura dei locali ij cui persone sconosciute si radunano per messaggiare con fidanzati e fidanzate virtuali. Immaginari.

Questa non è vita. E’ scioccante. Mi chiedo il motivo di tutto questa deriva che allontana dalla vita vera verso qualcosa di assente.  Stiamo gradualmente perdendo la capacità di percepire la realtà (Tien Ming Chang, professore di storia dell’arte)

Relocation, 2017, courtesy Giacomo Zaganelli, OnLife

Hikikomori in Italia:

«Ho smesso di uscire quando avevo 18 anni» racconta Marco Brocca, 24 anni, Hikikomori di Treviso «adesso non sono felice, spesso mi sento solo. Spero però che la mia esperienza serva ad altri ragazzi, affinché trovino il coraggio di farsi aiutare prima che sia troppo tardi. Ma soprattutto, voglio che la società si accorga di noi Hikikomori, che sappia che esistiamo e che siamo sempre di più. Perché quel giorno, finalmente, non saremo più dei fantasmi» 

Uno dei maggiori esperti di Otaku e Hikikomori in Italia è Marco Crepaldi, psicologo a capo dell’Associazione Hikikomori Italia e autore del libro Hikikomori. I giovani che non escono di casa. Racconta che a soffrirne (alle volte senza rendersene conto) sono soprattutto maschi (87,85%), con una media di 20 anni, i quali trascorrono nella loro stanza mesi se non anni (alcuni anche 10!). Ad esserne maggiormente colpiti sono:

  1. Lazio (18,4%)
  2. Lombardia (15,3%)
  3. Veneto (10%)

Ci si può avvicinare agli Otaku/ Hikikomori attraverso le Rental Sisters, educatori/educatrici («a differenza di medici o psicologi, sono accettati con maggiore fiducia dagli Hikikomori, che non accettano di essere considerati malati») che cercano di farsi un varco in quel mondo inviolato e protetto attraverso diversi modi.

Gli hikikomori vivono nell’apatia, si sentono inutili. Ritrovare un contatto col proprio corpo, con le sensazioni che un’attività manuale può dare, può essere un modo per ritrovare un senso. Vedere che le loro mani sono in grado di creare qualcosa, è potenzialmente una terapia

Crepaldi racconta che a Torino si sta lavorando sul tema, avvalendosi dell’approccio sistemico, che coinvolge cioè tutti i membri della famiglia osservandoli in interazione. «Coinvolgendo le famiglie, sia singolarmente sia in gruppi di mutuo aiuto con incontri quindicinali con uno psicologo. L’esperto aiuta i genitori a modificare alcuni atteggiamenti, per esempio ad abbassare la pressione sui figli e a non trasmettere l’ansia da prestazione». L’obiettivo dev’essere quello di aprire gli occhi e far comprendere agli Hikikomori che, coi loro tempi, hanno il diritto e il dovere di crearsi un posto. Da protagonisti attivi e non da osservatori del mondo.

Quello reale.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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