“Il Libro dell’Inquietudine”, l’anima devastata di Fernando Pessoa (e la nostra)

0 2.321

Fernando Pessoa chiese gli occhiali e si addormentò

E quelli che scrivevano per lui lo lasciarono solo

Finalmente solo.

Le lettere d’amore, Roberto Vecchioni

Il Libro dell'InquietudineQualcuno ha scritto che per leggere Il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa bisogna prima di tutto porsi la questione della “sua collocazione nell’area culturale di fine secolo e del primo Novecento europeo”.

Non è vero.

L’inquietudine di Pessoa è esistenziale: possiamo di certo collocarla storicamente, ma dobbiamo renderci conto che è un archetipo, almeno per quanto riguarda certi tipi di anime, di consapevolezze: inquietudine è quella di Ulisse che mette ali al folle volo perché non può vincere il desiderio di diventare esperto delle cose umane, dei vizi come delle virtù.

Charles Bukowski cammina in città invivibili, passa accanto a centinaia di persone senza incrociare un solo essere umano, e cammina «nel sole e nelle strade di questa città: senza vedere niente, senza imparare niente, senza essere niente».

Anche Bernardo Soares cammina, per le strade di Lisbona, per la Baixa, per strade tristi, sotto la pioggia obliqua, e intanto si dipana il filo d’Arianna della letteratura. Fernando Pessoa cammina in compagnia dei propri eteronimi e intanto si aggroviglia il filo d’Arianna della propria inquietudine, del senso della propria inutilità, dell’inutilità del tutto, del fallimento, dell’angoscia, della tristezza, dell’impossibilità pirandelliana di vivere vedendosi troppo.

Ecco allora che si finisce per scrivere Il Libro dell’Inquietudine, una raccolta di frammenti, Frammenti di un’autobiografia, di un eteronimo come espediente letterario, summa teologica di un uomo e un artista che visse e lavorò all’ombra del proprio smarrimento di fronte alle cose all’inconoscibilità dell’Io.

Appartengo però a quella specie di uomini che se ne stanno ai margini di quel mondo di cui fanno parte.

Lo spirito umano tende naturalmente a criticare perché sente, e non perché pensa.

Cosa si dovrebbe confessare, che abbia un valore, o che serva a qualcosa?

Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra essere l’unica possibile.

Riguardo alla vita non faccio teorie. Se è bella o brutta non lo so, non penso. Ai miei occhi è dura e triste, con intervalli di sogni deliziosi.

Mi sono sentito improvvisamente uno di quegli stracci umidi utilizzati per pulire le cose sporche, e che si appendono alla finestra ad asciugare, attorcigliati, sul parapetto che macchiano lentamente.

Siamo tutti schiavi di circostanze esterne.

Invidio tutte le persone per non essere me.

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta che è la più spaventosa delle stanchezze. È un peso della coscienza del mondo, un non poter respirare con l’anima.

Ma questo orrore che oggi mi annichilisce è meno nobile e più bruciante. È la volontà di non pensare, un desiderio di non essere mai stato niente, una disperazione cosciente di tutte le cellule del corpo e dell’anima.

Per comprendere mi sono distrutto.

L’isolamento mi ha conformato a sua immagine e somiglianza.

Porto con me la coscienza della sconfitta come uno stendardo di vittoria.

Costoro sono i felici perché è stato dato loro il dono della stupidità.

È nobile essere timido, illustre non saper agire, grande non avere attitudine alla vita.

Provo nausea fisica per l’umanità ordinaria che, tra l’altro, è l’unica che c’è.

Il Libro dell'Inquietudine
Lisbona

Torna ancora alla mente Hank, e il suo «Umanità, mi stai sul cazzo da sempre». Non sono sentimenti universali? No, certamente: non dubitiamo che, i Briatore in testa, ci siano torme di barbari per i quali qualsiasi riflessione (soprattutto su sé stessi) sia una lontana utopia: ma ugualmente Pessoa descrive un universo comune per tutti coloro la cui anima trema sotto gli starli di una fortuna comunque avversa, tutti quelli che sono costantemente a disagio, che se va bene si sentono sempre parte di una minoranza, per tutti quelli che restano fuori dalla porta anche se era aperta soltanto per loro.

Viviamo, nell’imbrunire della coscienza, mai certi di cosa siamo o di cosa supponiamo di essere.

Il Libro dell'Inquietudine
Il Libro dell’Inquietudine

Studiosi soggetti al principio di indeterminazione collocano e ricollocano Pessoa nell’alveo delle grandi correnti letterarie di fine Ottocento e inizio Novecento, soprattutto crepuscolarismo e simbolismo (cit.). Non abbiamo motivi di dubitarne: ma è così riduttivo da fare quasi tenerezza.

Il Libro dell’Inquietudine inizia con una Prefazione di Fernando Pessoa, una Introduzione di Bernardo Soares: espedienti letterari che nulla tolgono e nulla aggiungono al libro, se non ulteriori notazioni di «patimento che nasce dall’indifferenza, proveniente, a sua volta, dall’aver molto sofferto». Si dipanano poi i frammenti dell’autobiografia, una delle autobiografie almeno, che pur non avendo mai vissuto, nemmeno nel negozio di tabaccheria, Pessoa ha vissuto tutte le vite più una, e tante biografie quante i suoi eteronimi: 478 frammenti che non ricompongono il puzzle, schegge taglienti di specchio che riflette infinite volte un’immagine che non c’è, frammenti duri e taglienti, di scrittura complessa, articolata, evoluta ed involuta, ricca di immagini e figure.

Ricca di tutte quelle cosette letterarie che fanno sì che la critica possa guadagnarsi il pane e giustificare la propria esistenza. Ma…

Il cuore, se potesse parlare, si fermerebbe.

Non c’è altro da dire.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.