Cos’hanno in comune Renè Magritte e Oscar Wilde? Un cappello

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Cos’hanno in comune René Magritte e Oscar Wilde? Un cappello.

Il cappello, subito dopo la pipa, intuitivamente è un elemento simbolo che conduce a Renè Magritte e al suo Impero delle luci, abitato da Amanti che in un Tempo trafitto finiscono per essere una Decalcomania di loro stessi. Il trait d’union tra un cappello e Oscar Wilde appare invece meno immediato, eppure basta un po’ di fantasia. Come insegna il Piccolo Principe, un semplice cappello può non essere solo un cappello, perchè sotto la tesa oblunga potrebbe nascondersi un elefante. Il quale chissà, con la sua immaginazione camaleontica sarebbe davvero capace di credersi un cappello.

La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione (Renè Magritte)

René Magritte (1898-1967), belgischer Maler.
  • Renè Magritte:

Fin dalle prime opere, il cappello fa la sua comparsa. Accade ne Il terapeuta (1937), ove il “corpo” (una gabbia al cui interno sono adagiate due colombe) è circondato da un drappo rosso. Un cappello, a tesa larga e del color giallo delle dune circostanti, dà solidità al quadro in prossimità della testa. In Golconda (1953) e ne I misteri dell’orizzonte (1955) fino a L’uomo con la bombetta e Il figlio dell’uomo, entrambi del ’64, riecco il cappello, stavolta in tinte corvine. Vista la presenza massiccia, se ne deduce che non si tratti di un elemento neutro, al pari di un accessorio casualmente indovinato, quanto piuttosto di un simbolo. Il cui nero fumè conferma l’identità, in tutti le stanze, gli spazi e le realtà possibili (e immaginabili).

Veniamo ora a Oscar Wilde, dove tra Amore e Dolore, tra Estetismo e Vanità disperata si fanno strada le maschere pirandelliane, e ogni gesto cela piccoli familiari richiami simbolici:

Quando fui condotto dal mio carcere al tribunale per bancarotta, tra due poliziotti, Robbie pazientò nel lungo corridoio tetro per potersi levare gravemente il cappello mentre passavo ammanettato e a capo chino, davanti alla folla che un atto così umano e semplice ridusse a un momento al silenzio. C’è chi è andato in Paradiso per molto meno. […] Fino ad oggi non so se Robbie sia a conoscenza che mi ero accorto del suo gesto. Non è cosa di cui si possa ringraziare formalmente con parole formali. Io la serbo nel tesoro del mio cuore. E’ imbalsamato e tenuto in serbo con la mirra e la cassia di molte mie lacrime (Oscar Wilde, De Profundis)

  • Oscar Wilde:

Quando, dal carcere di Reading, egli scrisse che «L’immaginazione, come me era in carcere», tutto sembrava perduto. Dal De Profundis, però, «dalle ceneri con la potenza di una rosa fatta fiorire nel deserto di polvere e cenere» riemerge d’improvviso un ricordo: il gesto dell’amico Robbie. Nel momento in cui tutto sembrava perduto, quando una sentenza aveva ridotto l’onore, l’orgoglio, la bellezza in ogni sua forma a un’immaginaria tela nera, un semplice gesto fatto dall’amico di una vita Robert Ross aveva ridato colore. E l’identità, seppure per un breve lasso di tempo, s’era ricongiunta alla propria essenza.

Ciò che bisogna dipingere è dato dall’ispirazione, che è l’evento in cui il pensiero è la somiglianza stessa (Renè Magritte, conferenza all’Académie Picard, 11 dicembre 1959)

Se diamo per assunto che ogni opera d’arte non è chi la scrive, dipinge o inventa ma riflette comunque sempre qualcosa del suo inventore, allora si può dire che René Magritte e Oscar Wilde hanno omaggiato i rispettivi egotisimi con un cappello. Il quale gli ha conferito eleganza, consapevolezza, ma soprattutto immaginazione.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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