I Grandi Classici – L’anima sotto l’ombra: l’orrore del mondo ne “Il Corvo” di Poe

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Un sogno che si ripete continuamente diventa un incubo. La ripetizione continua, ossessiva, patologica, è uno dei tratti usati per antonomasia in letteratura per descrivere la malattia mentale: oggi, l’esempio più famoso di tale espediente è Jack Torrance, col suo «il mattino ha l’oro in bocca» (traduzione discutibile e ingiustificata dell’originale inglese «All work and no play makes Jack a dull boy») ripetuto all’infinito in pagine e pagine scritte compulsivamente in un salone dell’Overlook Hotel. Ma la sintomatologia di Torrance è solo uno degli aspetti del personaggio di King/Kubrick: l’ossessivo, gracchiante «Nevermore» o «Mai più» che dir si voglia è l’ombelico del mondo, il NiFe, il piccolo punto caldo di uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale di tutti i tempi, la poesia Il Corvo di Edgar Allan Poe, pubblicata per la prima volta il 29 gennaio del 1845 sul New York Evening Mirror.

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Nel 1845 Edgar Allan Poe pubblicò il suo capolavoro, dapprima sul quotidiano New York Evening Mirror e successivamente sull’American Review, firmando in quest’ultimo caso con uno pseudonimo come una Elena Ferrante qualsiasi, ma per motivi diversi. Il successo in entrambi i casi fu immediato, tanto che già l’anno successivo Poe spiegò il processo tecnico-creativo nel saggio La filosofia della composizione: lo scrittore, poeta, critico letterario, giornalista, editore, saggista e alienato, anticipatore del racconto horror, del poliziesco (I racconti della Rue Morgue) e di fantascienza entrava così nel novero degli immortali grazie ai versi della poesia  più intimamente gotica (o goticamente intima) mai scritta.

Il critico Henry Elliot Shepherd scrisse che Il corvo collocava Poe al fianco di John Milton, di Ben Jonson, di Percy Bysshe Shelley e di John Keats:

Nessuna composizione poetica nella nostra lingua raccoglie, come questa, una più ricca, una più armoniosa combinazione di metri e di rime. Ogni singola vocale, ogni singola consonante, ricercata con cura, collocata secondo il suo valore, dà al verso una sonorità magnifica, solenne, prolungantesi al di là delle parole.

Questo, al di là dell’aspetto più eclatante, quella sorta di ritornello che accompagna le strofe, chiudendole con una forza immaginativa ed una violenza verbale ed emotiva paragonabile ad una ghigliottina.

La storia – perché Il Corvo ha una storia – è universalmente nota:

In una notte di tempesta e di pioggia, uno studente sente picchiettare prima alla finestra e poi alla porta; apre pensando che si tratti di un visitatore. È un povero corvo smarrito che è stato attirato dalla luce della lampada; un corvo addomesticato a cui un precedente padrone ha insegnato a parlare. La prima parola che esce per caso dal becco del sinistro uccello colpisce lo studente nel profondo dell’anima e ne fa scaturire una serie di tristi pensieri sopiti: una donna morta, mille aspirazioni tradite, mille desideri delusi, un’esistenza spezzata, un fiume di ricordi che si spande in una notte fredda e desolata.

img_4963Così la riassunse Charles Baudelaire nel 1852 come corollario alla sua traduzione in francese. Più semplicemente, si può anche dire che viene narrata la claustrofobica, tetra vicenda di un amante che in una notte insonne, mentre cerca sui libri una giustificazione alla morte della sua amata e al suo dolore, viene visitato da un corvo: per gioco, l’uomo inizia un gioco di domande al nero volatile, che con suo stupore risponde gracchiando un «nevermore». All’uomo, scosso e angosciato, questa ecolalia di risposte appare come un triste presagio circa l’impossibilità di sfuggire al dolore, né in vita né dopo la morte.

Superfluo dire che l’immagine del corvo ebbe una penetrazione fortissima nell’immaginario collettivo, dell’epoca e non solo; accanto al successo planetario di ordinaria amministrazione, vi fu per contro chi fu ossessionato dalle immagini forti a livello di immaginario del testo, sostenute come si diceva, da una scrittura oltremodo sapiente: linguaggio, allitterazioni, rime interne e il lessico arcaico creano un’atmosfera gotica che ha favorito anche forme di idolatria dagli aspetti patologici in molte persone, ossessionate dal corvo.

D’altronde, è facile intuire come innumerevoli siano le traduzioni, versioni e derivazioni della poesia: basti pensare che anche il brillante cartoon I Simpson ne fece una parodia, che ne sono stati tratti videoclip (su tutte le derivazioni musicali spicca quella di Alan Parsons Project che fece uno stupendo album d’esordio dal titolo Tales of Mistery and Imagination in cui The Raven è il brano più suggestivo), film e riduzioni televisive di varia foggia: uno degli attori che maggiormente legò il suo nome a Poe fu l’immensa icona horror-fantastico Vincent Price, mentre è fuor di dubbio che anche l’immaginario di Tim Burton subì l’influenza di Poe – non dimentichiamo che Poe è anche il catalizzatore della follia ossessiva del serial killer Joe Carroll nel brillante serial The Following.

Oggi, troviamo Il Corvo generalmente in volumi dal titolo Il corvo e altre poesie: la traduzione, per i motivi linguistico lessicali di cui abbiam detto, è fondamentale ed un lettore attento e appassionato dovrebbe cercare la versione che maggiormente gli si confaccia, ma soprattutto quella che maggiormente si avvicini allo spirito dell’opera pur essendo attualizzata: suggeriremmo di evitare, o di contestualizzare, traduzioni che adoperino gli aggettivi affranto e frale per tradurre weak and weary, ma d’altronde vi invitiamo a tenervi ben stretta, se mai doveste trovarla, la versione edita dalla BUR con le illustrazioni di Gustave Doré.

I Grandi Classici - L'anima sotto l'ombra: l'orrore del mondo ne Il Corvo di PoeSoprattutto, però, calatevi nell’atmosfera da cuore d’inchiostro, entrate nell’occhio del Corvo. Saranno sempre infinite le interpretazioni che ognuno darà all’angoscia che prova lo studioso per la morte della bella Lenore, però nel buio del cuore dell’uomo sono sempre le tre del mattino: la chiusura definitiva, la morte non solo del corpo ma anche della speranza – Edgar Allan Poe parla del Trauma Universale, dell’imprinting del dolore, della separazione definitiva passato l’Acheronte o il Fiume dell’Addio, e parla alle anime coscienti e sensibili, quelle che soffrono per un nonnulla. Quell’ombra da cui l’anima non si risolleverà – mai più non è solo la morte, recisa e definitiva, ma un’angoscia esistenziale profonda, che accompagna, trauma dopo trauma, tradimenti di amici e madri narcisiste patologiche, fallimenti e amori perduti, dopo la conoscenza dell’orrore del mondo, accompagna, si diceva, ogni singolo secondo della nostra lenta esistenza mortale.

Ed il corvo, senza un volo, siede ancora, siede ancora,

sul pallido busto di Pallade proprio sopra la mia porta

e i suoi occhi han l’aspetto di un demone sognante,

e la luce su di lui getta l’ombra su pavimento

e l’anima mia da sotto quell’ombra che giace galleggiando sul pavimento

non si solleverà – mai più!

 

And the Raven, never flitting, still is sitting, still is sitting

On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;

And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,

And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor;

And my soul from out that shadow that lies floating on the floor

Shall be lifted—nevermore!

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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