Da Emily Dickinson a Dalì: l’autoespressione per raccontarsi

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Salvador Dalì, “Segnale di pericolo”

Nel ritratto che fece di sè al collega dell’Atlantic Monthly T.W. Higginson, Emily Dickinson si descrisse come una donna vestita sovente di bianco, dagli occhi «color dello sherry che l’ospite lascia in fondo al bicchiere». Lettrice accanita di Keats, Browne nonchè dei libri sacri- anche se non si considerò mai una fervida religiosa, da questi spiò i tramonti, i fruscii incantati del vento contro gli stipiti cremisi come in un quadro di Patrick William Adam, e poi i brusii concitati dei mulinelli vorticosi in preda a una sfida con la natura circostante. Mentre il solleone muore ogni giorno, le 1775 poesie della Dickinson, rinvenute in una cassa di ciliegio, raccontano attimi e animi della scrittrice statunitense:

Tutto ciò che oggi posso recare

è questo, ed inoltre il mio cuore;

questo, il mio cuore, e tutti i campi,

e tutti i vasti prati.

Se per caso scordassi, riconta-

qualcuno può dire la somma!

Questo, e il mio cuore, e tutte le api

che in mezzo al trifoglio dimorano

Innamorata dei dettagli, e come i grandi esteti dei suoni, dei rumori, degli odori più fini, e finanche di se stessa: ecco l’immagine che volontariamente la Dickison trasmise di sè. Per autoespressione, in psicologia s’intende:

la motivazione a scegliere dei comportamenti che riflettono ed esprimono il concetto di sè

Allo stesso modo, Oscar Wilde nella sua lunga lettera a Bosie che divenne il De Profundis ammise che, nel bene e nel male, qualcosa della personalità trasmigra sempre nelle proprie opere. Nulla è bianco, nulla è intonso, ovunque c’è la propria firma, più o meno idealizzata. Che ne emerga la fisionomia pittoresca-cyan di un dandy o l’abbozzo scarlatto dell’esteta di Huysmans, che abbia le tinte vispe e fulgide dell’egotismo triste di Stendhal o di quello fieramente vanitoso di Dalì, l’autoespressione è una firma dell’artista. Il quale sceglie il tema e, tramite un artefatto, più o meno consapevolmente si racconta.

Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso piacere: quello di essere Salvador Dalì

L’autoespressione può essere una grande alleata quando si vuole intenzionalmente dare una specifica immagine di sè. Ad esempio, ad un colloquio di lavoro si mira ad apparire convinti, motivati ed entusiasti. L’autostima e il locus of control (percezione di controllo) interno contribuiscono ad avvalorare i tentavi di apparire in un determinato modo, e le forme pirandelliane assumono sempre più contorni delineati quando si ha un’idea coesa e non disgregata della propria persona. Ciò che conta, di fondo, è comunque avvicinarsi a quella che, bando all’espressione, è l’essenza, quella pura e inimitabile, talvolta estranea persino alla propria coscienza.

Isabella Garanzini per MIfaccidiCultura

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