Aleksandr Sergeevič Puškin, poeta ed eroe nazionale

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Aleksandr Sergeevič Puškin, poeta ed eroe nazionale

Tutti i paesi riconoscono un poeta nazionale: Dante per gli Italiani, Goethe per i Tedeschi, Cervantes per gli Spagnoli. A tutti questi grandi nomi della letteratura vengo riservati onori e allori ma difficilmente sono tanto amati e la loro presenza all’interno della vita quotidiana di ognuno è così forte come Aleksandr Sergeevič Puškin (Mosca, 6 giugno 1799, 26 maggio del calendario giuliano – San Pietroburgo, 10 febbraio 1837, 29 gennaio del calendario giuliano) per i Russi. I parchi russi sono affollati da statue del loro poeta, in ogni città prolificano vie portanti il suo nome, le prime cose che i bambini russi imparano a scuola sono le sue poesie e ogni persona, dalla più anziana alla più giovane, sa recitare a memoria i versi puškiniani.

Da dove proviene questo inspiegabile affetto per questo energico avventuriero?

Una buona risposta a questa domanda viene fornita dall’encomio funebre scritto da Dostoevskij in occasione della morte del poeta moscovita nel 1837. In questo breve intervento del celebre scrittore è ricordato il profondo carattere nazionale che si manifesta nella poesia puskiniana: la sapienza poetica di Puškin fu in grado di ritrarre la Russia mescolando armonicamente le luci e le ombre. Un esempio di tale arte viene fornito dall’opera più celebre di Puškin, Evgenij Onegin (1831), un romanzo in versi che tenne impegnato l’autore per dieci anni circa (1823 – 1831). In 5446 versi Puškin racchiude non solo la propria storia ma intrappola tra gli incastri delle rime e i giochi di parole l’anima russa più pura. La trama si costruisce attorno a due personaggi, il primo, Onegin, è un uomo cresciuto nelle mollezze della città che annoiato dalla propria vita spesa solo nell’appagamento dei propri piaceri, si reca in campagna dove incontra Tatjana, una giovane che si innamora di lui ma che viene respinta perché non ritenuta all’altezza. Anni dopo i due si incontrano casualmente a Mosca: Tatjana è diventata una dama da salotto e ha sposato un uomo più vecchio di lei, Onegin, folgorato dalla bellezza della donna le dichiara il suo amore ma ormai è troppo tardi e lei, ligia al suo dovere coniugale, rifiuta l’innamorato per rimanere fedele al marito. I due personaggi, nella loro costituzione, nelle azioni e nei sentimenti rispecchiano due aspetti dell’identità russa: da un lato la Russia occidentalizzata e corrotta rappresentata da Onegin e la sua vita dissoluta, dall’altro una Russia pura e innocente legata ancora alle tradizioni ma attenta a cogliere i frutti migliori provenienti dall’Occidente sintetizzata nella figura di Tatjana. Lo scontro tra questi due caratteri regge la struttura dell’opera e introduce quello su cui molti scrittori russi si accapiglieranno più tardi, cioè la questione sull’identità russa.

I Russi inoltre hanno un enorme debito nei confronti di Puškin: tutte le sue opere (I racconti di Belkin 1830, La dama di picche 1834, la figlia del capitano 1836, tanto per citare alcuni nomi) sono scritte mescolando sapientemente la lingua letteraria aulica e la lingua parlata russa che fanno guadagnare all’opera un tono prestigioso ma al tempo stesso comprensibile ai vari strati della popolazione. Anche in questo caso, saranno gli scrittori successivi a sviluppare sempre più la lingua di Puškin, tuttavia è innegabile che il russo contemporaneo sia un prodotto dell’immensa opera compiuta a suo tempo dal poeta.

I. E. Repin, Il duello tra Onegin e Lenskij

Ma l’opera puškiniana racchiude molto di più al suo interno, il suo potere attrattivo si regge sulla forte connessione che intercorre tra la creazione e il suo creatore. Puškin riversa all’interno dei suoi scritti la sua esistenza come un fiume in piena: un teurgo instancabile che al tempo stesso sembra essere un prodotto della sua stessa vena creatrice, come se la sua fantasia fosse ben più forte di lui.

Puškin era un catalizzatore di storie. Egli stesso non perdeva occasione per aumentare le voci attorno alla sua figura, proclamava a gran voce la sua discendenza dalla famiglia degli Hannibal giunti in Russia dall’Africa; combatté nel Caucaso dove scoprì l’orrore per la guerra e l’amore per le tribù nomadi che popolano quelle lande desolate; per un lungo periodo fu costretto a vivere relegato a Boldino nella propria residenza per evitare l’epidemia di colera che si era diffusa a San Pietroburgo dove lo attendeva la sua promessa sposa; fece la corte e sposò una delle più belle donne del tempo, Natal’ja Nikolaevna Puškina-Lanskaja, e morì il 10 febbraio 1837 colpito a morte in un duello con un corteggiatore ostinato della moglie.

Puškin è l’eroe da fiaba che vive avventure mirabolanti, è il poeta sensibile che si sofferma a contemplare la forza della natura, è un uomo pieno di contraddizioni ma rimane e sarà per sempre il poeta e l’eroe nazionale per tutti i Russi.

Eleonora Bodocco per MIfacciodiCultura

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