I Grandi Classici – “I fiori del male”, un successo al profumo di zolfo e marketing

0 1.422

Questo libro, il cui titolo Les fleurs du mal dice tutto, è rivestito di una bellezza sinistra e fredda… È stato fatto con furore e pazienza.

Da una lettera di Baudelaire alla madre

I fiori del male
I fiori del male

Vi sono generi che, pur annoverando opere che di indubbia grandezza, sono soggetti ad un rapido e contingente invecchiamento funzionale. Per spiegarci con un esempio, l’Amore è una tematica che non soffre di invecchiamento contingente, la nostra mente si adatta immediatamente alla passione di Achille per Briseide, a quella di Heathcliff per Catherine, di Clint Eastwood per Meryl Streep, di Deckard per Rachael.

Non vale lo stesso per un’emozione quale la paura, nelle sue varie sfumature, che risulta soggetta ad invecchiamento rappresentativo; seppure si tratti di un archetipo quanto l’amore, le modalità di rappresentazione sono soggette ad una rapida senescenza: ben pochi, oggi, potrebbero angosciarsi di fronte alla lettura delle creature di Lovecraft – che rimane un grande autore con tutti i distinguo del caso. D’altra parte, per darsi conto di quanto affermato, basti pensare all’obsolescenza che incontrano i film di fantascienza e horror, per i quali la sospensione dell’incredulità è sempre più difficile col passar del tempo, forse anche perché spesso la realtà quotidiana attuale supera l’orrore di qualche anno prima.

In poesia, il pretendere di suscitare sentimenti di orrore, disgusto, ribrezzo è sempre stato arduo: Charles Baudelaire, col suo I fiori del male (la cui prima edizione fu pubblicata il 25 giugno 1857), riuscì nell’intento coi contemporanei, pur operando la scelta singolare di affidarsi ad una raccolta di sonetti ed altri componimenti brevi. Ma d’altronde, tutto il lavoro di Baudelaire è calcolato a tavolino per raggiungere il massimo risultato col minimo sforzo: laddove la tematiche della morte, dei piaceri carnali, della blasfemia, del disgusto avrebbero richiesto almeno un tentativo di coesione in un poema ed affidandosi a figure retoriche di profilo elevato, il poeta sceglie deliberatamente di affidarsi a frammenti e figure retoriche di basso profilo, fino al ridicolo, con fiacche similitudini: ma in linea di massima, di fronte alla necessità di descrivere una situazione orripilante il poeta esclama Quale orripilante situazione!, con deprecabile abbondanza del più odioso ed artificiosamente enfatico dei segni di interpunzione, il punto esclamativo per dare enfasi come farebbe un bimbo della scuola primaria. La situazione NON è assolutamente la stessa di Dante quando esclama «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che / nel pensier rinova la paura!», sebbene Baudelaire ebbe a dire che «l’opera va intesa come un viaggio immaginario che il poeta compie verso l’inferno che è la vita», con un parallelo sottinteso veramente improbabile e quasi ridicolo.

Fleurs_du_mal

D’altronde, per spezzare una fiocina in favore del buon Baudelaire, va detto che gran danno all’opera può farlo la traduzione. Ciò è vero sempre, per qualsiasi lingua e tipo di componimento scritto, però per la poesia è tanto più vero quando, in bilico sul precipizio dell’annoso problema fedeltà all’originale Vs. resa poetica, il traduttore aggiunge punteggiatura, altra ne toglie e arriva perfino a cambiare la struttura sintattica della frase anche quando una traduzione letterale sarebbe possibilissima.

Nondimeno, generalmente di oltre 120 liriche  de I fiori del male la critica non agiografa (vagamente contraddittorio, ma tant’è) ne salva tre: Spleen, L’albatro e Corrispondenze, altro richiamo ad opera di ben altro spessore, quel The Rime of The Ancient Mariner di Coleridge nel quale l’albatro è protagonista e dal confronto col quale Baudelaire non esce certo vincitore. D’altra parte, notiamo che T.S. Eliot si ispirò dichiaratamente a sua volta a I fiori del male per il suo capolavoro The Waste Land. Poemetto quello di Eliot, poemetto quello di Colerdige, se non altro i due poeti anglofoni avevano la misura delle cose nell’adottare per un’opera ambiziosa la dimensione adatta.

D’altronde, la genesi de I fiori del male lascia già perplessi: in uno dei suoi progetti di prefazione al libro, Baudelaire scrive:

Poeti illustri si erano spartiti da un pezzo le province più floride della poesia. Mi è parso piacevole, e ancor più gradevole per la difficoltà dell’impresa, di estrarre la bellezza dal Male.

Se consideriamo che anche Sainte-Beuve ebbe a scrivere sostanzialmente la stessa cosa, ma esplicitandola addirittura («Tutto era già stato preso nel campo della poesia. Lamartine aveva preso i cieli, Hugo la terra… Laprade le foreste. Musset aveva preso la passione… Cosa restava? Quello che Baudelaire ha preso. Vi è stato come costretto»), capiamo che ci troviamo di fronte non ad un’opera sincera redatta sulla spinta di una pulsione generosa dell’animo, ma di un calcolo intellettuale. Sainte-Beuve, peraltro, ha torto: Baudelaire non fu costretto a scrivere, anzi, un altro lavoro dignitoso sarebbe stato più che auspicabile e lecito.

Certo è che, scegliendo di scrivere per volontà intellettuale e ambizione, si pone in antitesi a quella che noi indegni, ma innumerevoli critici e scrittori degni, consideriamo la molla essenziale, il bisogno interiore di scriversi, di mettere su carta la propria anima, di trovare ciò che ami e lasciare che ti uccida (Bukowski). Ulteriore riprova del calcolo utilitaristico di Baudelaire, il fatto che, rispetto agli autori sopra citati da Sainte-Beuve, egli iniziò a produrre piuttosto tardi: all’uscita delle 1500 copie iniziali dei Fiori, Baudelaire ha già 36 anni compiuti, mentre gli autori summenzionati pubblicavano in alcuni casi già dai 20.

Ma per essi era un inizio, cui altre raccolte sarebbero seguite; per B. era già un punto d’arrivo, una conclusione. 

Massimo Colesanti

Insomma, l’analisi di mercato era durata parecchio, ma l’ufficio marketing poi ha funzionato alla grandissima, visto che ancora oggi si parla de I fiori del male. Un successo costruito a tavolino, diremmo oggi (e Baudelaire finirebbe dritto nei talk show).

ozzy_uccelli
Ozzy Osbourne

Baudelaire ricorda un po’ un artista rock metal o hardcore, salvo il fatto che Angus la chitarra la suona al di là dei pantaloni corti e del cappellino, che Ozzy Osbourne è un chirotterofago ma canta davvero. Invece, Baudelaire aveva ragione quando asseriva che il titolo della sua raccolta “dice tutto”, ma proprio tutto, un po’ come Sotto il vestito niente. Baudelaire è stato persino citato senza essere citato, nel grandioso film del 2011 Quasi amici, fantastica commedia francese, zeppa di umorismo e malinconia. In una delle scene determinanti, il miliardario tetraplegico Philippe sta dettando una lettere alla segretaria, indirizzata ad una “amica di penna” che ancora non conosce personalmente. Tra le considerazioni ciniche, triviali e spassose del “badante” Driss, Philippe assume un tono aulico imbastendo dei versi che appaiono, per la solennità forzata del modo in cui sono declamati, francamente ridondanti, pesante e ridicoli. Cosa che Driss si premura peraltro di sottolineare con un sono epiteto anatomico, «Che palle!» (più o meno). Ebbene, i versi inascoltabili sono proprio di Baudelaire, sonetto XXVII: «È una strana e simbolica natura, un misto d’angelo inviolato e sfinge antica», ma il verso originale «Et dans cette nature etrange et symbolique / Ou l’ange inviolé se mele au sphinx antique», viene tradotto letteralmente nella versione italiana del film, «E in questa natura strana e simbolica, dove l’angelo inviolato si mischia alla sfinge antica».

In definitiva, Baudelaire resta attuale solo per alcune categorie di lettori: i critici professionisti, lo studente costretto e l’utente improvvido.

E mamma Baudelaire, ça va sans dire.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.