I fotografi nostalgici di Hopper, tra tinte indaco e da incubo

0 653

Luca Campigotto, Gregory Crewdson e Richard Thschman sono tre fotografi che, a loro modo, imitano l’arte di Edward Hopper. I colori, il dinamismo fermo delle luci e delle ombre, l’assenza di persone o il dialogo afono riecheggiano lo stile del maestro che scattò un’istantanea alla stasi dei silenzi colorati americani.

Gregory Crewdson

Gregory Crewdson gioca con il movimento delle strade e delle case, scandito dai gialli del giorno che nasce per finire coi blu che si stingono della loro essenza quando cala la sera. Gli stati umorali di Hopper si riflettono nei protagonisti, che sembrano pervasi dall’ossessione per l’incubo come ne Il corvo di Poe, e le cui anime sgattaiolano lentamente da una riva di nero all’altra alla stregua di un Gatto nero in preda a una metamorfosi. C’è dell’hororr e della neve, un po’ di incubo e di indaco.

Hopper ha profondamente influenzato la mia arte, in linea con una tradizione tipicamente americana, il suo lavoro tratta idee di bellezza, tristezza, alienazione e desiderio. È impossibile leggere l’America di oggi senza volgere lo sguardo verso Hopper e tutti quei creativi che in lui hanno trovato ispirazione. La sua arte ha dato forma ai temi e agli interessi essenziali di moltissimi artisti contemporanei, pittori, scrittori e, ovviamente, fotografi e cineasti (Gregory Crewdson)

Luca Campigotto

Non ci sono persone, solo una percezione viva e maestosa di spazi, come nella sezione The Blue Hour e Archeological Sites. Alcuni sono spazi ampi (autostrade, deserti, rocce) mentre altri s’incentrano di più sui microcosmi del quotidiano, in prevalenza locali con le loro insegne standardizzate e sgretolate di bianco. L’assenza di esseri umani, anche se distanti e impensieriti tra loro, è il tratto che più si avvicina al maestro delle solitudini americane. La percezione è di un’anima che spia il dialogo tra l’uomo e le sue scritte, pur rimanendo in disparte e fuggendo via, sideralmente come in una diapositiva di Robert Frank.

Richard Tuschman

Ho sempre amato il modo in cui i dipinti di Hopper osservino i misteri e le complessità della condizione umana. Posizionando una o due figure in ambienti umili e intimi, ha creato scene tranquille che sono psicologicamente avvincenti con narrazioni aperte. Gli stati emotivi dei personaggi possono sembrare paradossalmente vacillare tra fantasticheria e alienazione, o forse tra desiderio e rassegnazione. L’illuminazione drammatica accentua le sfumature emotive, ma ogni interpretazione finale è lasciata allo spettatore. Queste sono tutte qualità che spero di infondere anche nelle mie immagini.

Le parole di Tuschman sono emblematiche della sua arte: sembra realmente un fil rouge hopperiano di tinte emotive vispe e spente, tra colori rosati e altri più vividi. L’erotismo, insito nelle donne spesso nude in una stanza, sole o non, rimanda a una condizione esistenziale di egotismo intimistico. Tipica di ognuno, ma diversa in tutti noi.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.