Borges, “Storia del guerriero e della prigioniera”: l’eterno ritorno degli impulsi

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Non so dire perchè un libro impolverato, con dentro tre fiori lilla ormai incartapecoriti lì da chissà quanti cicli, sappia di vaniglia. Si tratta di L’aleph di Borges, è un’edizione molto vecchia, ancora in lire. Un racconto, tra i tanti mirabilmente narrati con sagacia e velocità energica di sinapsi dall’autore argentino, verrà analizzato oggi: Storia del guerriero e della prigioniera. Si parlerà di bellezza, si parlerà di archetipi, si parlerà di vita e morte come un tutt’uno.

Mille e trecento anni e il mare stanno tra il destino della prigioniera e il destino di Droctulft. Entrambi, oggi, sono irraggiungibili. La figura del barbaro che abbraccia la causa di Ravenna, la figura della donna europea che sceglie il deserto, possono apparire contrarie. Eppure, ambedue furono trascinati da un impulso segreto, un impulso più profondo della ragione, e ambedue ubbidirono a quell’impulso, di cui non avrebbero saputo dar ragione. Forse le storie che ho narrate sono una sola storia. Il dritto e il rovescio di questa medaglia sono, per Dio, uguali (Borges, “Storia del guerriero e della prigioniera in “L’aleph”)

L’eterno ritorno dell’uguale in termini di pulsione, l’archetipo di una bellezza primigenia insita in persone che all’apparenza non spartiscono nulla. Ecco la morale che accomuna Droctulf, guerriero longobardo «bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo» che assieme al suo esercito aveva il compito di radere al suolo la città di Ravenna, e una donna «dalla faccia di rame, dipinta a colori feroci, con gli occhi di quell’azzurro stinto che gl’inglesi chiamano grigio». Il primo, giunto entro la città, sceglie non più di raderla al suolo bensì di difenderla: il cambiamento avviene all’improvviso, perchè su quel terreno ammira qualcosa che non ha mai visto, o che forse era stata. da sempre, solo un’intuizione inconsapevole

vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un insieme che è molteplice e senza disordine, vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capiteli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di quelle opere lo impressiona per la bellezza […] ma gli parve di toccare un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale. 

Borges conferma che il guerriero d’improvviso si sente parte di un meccanismo, di un disegno che fugacemente avverte come suo. E, continua l’autore, questa sensazione di appartenenza viscerale a qualcosa che non si conosce con la ragione, gli ricorda un racconto di sua nonna. La quale conobbe, anni or sono, una giovane fanciulla india le cui disavventure l’avevano condotta a non conoscere più la propria lingua d’origine per adattarsi a un cambiamento radicale in un mondo nuovo. Visse, si profuse con l’anima negli umori della nuova terra, al punto da amalgamarvisi confusamente. La nonna di Borges e l’india si parlarono, storie antiche vennero raccontate, ma poi l’india sparì, salvo ricomparire una sola volta da quelle parti (per conoscere l’epilogo, qui il libro). Un animismo incantato, che risuona del sangue cherokee, del viscerale allineamento tra stelle lontane eppur sempre vivide per tutti gli uomini che vi passeggiano sotto. Ora come allora, collerici e vivaci, animalmente illuminati dai falò sacrificali e dalle bianche rughe del tempo, gli uomini vivono. Portandosi dentro, e percependolo fuori, un destino comune.

Mi permetto di aggiungere un altro tassello al fil rouge pulsionale che unisce Eros e Thanatos raccontato da Borges nelle sue forme più rudi e sincere: l’animismo delle statue cremisi con cui la bellezza sacrale veniva avvertita dai pellegrini erranti, quella raccontata da Maestro Gregorio quando, presso il monte Mario, riconobbe, indefiniti anni or sono, Roma come caput mundi e l’antico una fenice rossa resuscitata da una grandissima rovina. Senza un perchè, pecepì tutto questo, lo scrisse, e seppur da religioso, parlò di magia. 

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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