Il paradosso della farfalla: siamo noi a sognare o è l’onirico a guardarci?

Simbologia della farfalla e utilizzo nella cultura

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Una notte qualsiasi intorno al 300 a.C., anno più anno meno, il filosofo cinese Zhuangzi 庄子, futuro fondatore del Daoismo, sognò di essere un uomo che d’improvviso si tramutava in farfalla (莊周夢蝶). Sennonchè, al suo risveglio, Zhuangzi non ebbe più chiaro se fosse lui ad aver sognato la farfalla, oppure se al contrario non fosse stata la farfalla ad aver sognato di tramutarsi in uomo. Quest’enigma, all’apparenza molto semplice, apre una miriade di interpretazioni: in filosofia se ne occupa la gnoseologia (che studia la conoscenza della realtà), in psicologia si aprono riflessioni sulla percezione del Sè e dello spazio-mondo oltre che sul sogno (simbologia della farfalla, trasmutazione in insetto, volo ecc); l’arte produrrebbe artefatti visivi sulla rêverie (stato intermediario tra veglia e sogno, come il quadro di Füssli), e “infine” in letteratura comparirebbero gli echi confusi di Edgar Allan Poe ma finanche la bionda smarrita Alice di Louis Carroll o l’attento uditore di pioggia Gregor Samsa presentato da Franz Kafka.

Un sogno come quello della farfalla e già si produce un ampio ventaglio immaginativo di associazioni. Vladimir Nabokov fin da piccolo s’appassionò di farfalle, al punto di inseguirle, osservarle, catturarle col retino e conservarle per ammirare ogni forma e venatura azzurrina, così come sempre la farfalla fu la galeotta dell’omicidio (si perdoni lo spoiler) in un racconto di Hesse; Haruki Murakami utilizza la crisalide d’aria per connotare Fukaeri, protagonista donna-sogno di 1Q84. L’alternarsi del battito d’ali simula il passaggio intermittente tra le antitesi che da sempre accompagnano la vita dell’uomo. Fin dal 300 a.C, appunto, col sogno di Zhuangzi, sonno e veglia, vita e morte, salute e malattia, yin e yang, angelo e diavolo, Paradiso e Inferno, amore e odio, Eros e Thanatos, si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma la trasmigrazione in un’entità diversa da sè rimarrà una costante, se non anche un bisogno, immortale.

Così come L’immortale è il primo romanzo de L’Aleph di Jorge Luis Borges, in cui la scoperta della Città degli Immortali «dove ha termine il mondo» ma non l’anima, attira gli uomini ancora vivi desiderosi di scoprire come sia quel luogo (e realtà) tanto diversa dalla loro. Sapere che un dio avesse creato il Cosmo (la bellezza, in sintesi Eros) e poi il Caos (la fragilità dinanzi allo stillicidio del semplice vivere coi suoi mali, con Thanatos e con l’oscurità), sembra quanto mai complesso.

Essere immortali è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacchè ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è saperli immortali. Accettiamo facilmente la realtà, forse perchè intuiamo che nulla è reale.(Borges, “L’aleph”)

E allora, mentre usurpando le ore della notte e percependo mentalmente i rossi echi del sole tramontante o nascente, c’è da sempre la necessità di abbandonarsi a qualcosa d’ignoto che paradossalmente chiarifichi la verità primigenia delle cose.

Ignoro se credetti mai alla Città degli Immortali: penso che allora mi bastasse il compito di cercarla […]

E al contempo, come la ricerca del piacere nonostante il memento mori si concretizzi in artefatti letterari musicali, visivi ecc, farsi domande rimarrà inevitabile per sempre. O forse, per dirlo con le parole del poeta Vito Riviello, confrontandoci tra noi possiamo confrontare le rispettive, diverse, variegate singole epifanie:

Tu che conosci il mare

parli solo del monte

e io che conosco il monte

parlo solo del mare.

I dislivelli creano

un imbarazzante silenzio,

quanto dire che il dialogo

subisce dei ritardi

di tempi universali

(Vito Riviello)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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