Thomas Wolfe, “il lontano e il vicino” come un quadro di de Chirico

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Anticipando di circa un secolo le tematiche della magistrale serie televisiva Dark, disponibile su Netflix, lo scrittore statunitense Thomas Wolfe descrisse in Dalla morte al mattino la relazione complessa che esiste tra ciò che realmente si crede realtà e quel che invece, forse, esiste per davvero al di là dell’interpretazione soggettiva. Così inizia il racconto Il lontano e il vicino:

Alla periferia di una città c’era un grazioso e piccolo cottage di assi bianche, ornato vivacemente da persiane verdi. […] Davanti alla casa c’erano tre querce, che offrivano rifugio con la loro netta e grande ombra d’estate. Ogni giorno, alcuni minuti dopo le due del pomeriggio, l’espresso tra due città passava davanti a quel posto

In questa scena di soporifera normalità, un balzo d’emozione: il macchinista, ogni giorno allo scoccare delle 14 passa per quel tratto indefinito d’America e scorge due donne, una madre e sua figlia, intente a salutarlo dal portico. «Le aveva viste sotto mille luci diverse, con cento tempi diversi» ma non si era mai fermato per conoscerle. Nè aveva idea di chi fossero, ma aveva auscultato dentro di sè quasi una sensazione di familiarità nei loro confronti, un’enfasi affettuosa e mistica che si prova alle volte per qualcuno di cui non si conosce assolutamente nulla. Qualcosa che s’aggrappa anche gli oggetti, tanto che la casa bianca abbarbicata sulla brulla e povera terra descritta da Wolfe acquisisce la passione misteriosa evocata dalle tele di Hopper, e al contempo la nostalgia evocata dai Giorgio de Chirico nei Diari. Nei suoi ricordi, scrisse, c’erano anche i mobili posizionati in mezzo alla strada prima di uno dei numerosi traslochi in Tessaglia, e nessuno di questi, predati dal sole violento del primo pomeriggio, dormiva.

“Gli oggetti godevano di vita propria, non v’era dubbio” (Giorgio de Chirico, “Diari”)

E questa parvenza di “vita propria” la captò anche il macchinista: astrattismo vivace o feticcio rosso indiavolato di bianco, questo era per lui quella casa, e delle immagini fittizie i suoi abitanti.

Il macchinista fantasticò e fantasticò su chi fossero le due donne, su quale vita conducessero, e nella sua mente senza volerlo si era ormai costruito due caricature ben precise. Un giorno, egli decise di prendere coraggio e bussare alla porta del bianco cottage sulla brulla collina: un volto scavato e olivastro e dietro una donna scarna e fin troppo cresciuta lo fissarono con circospezione. “Sentiva di conoscerle completamente, in ogni ora e momento del giorno», questo si era detto prima, eppure saliti quei tre gradini e incontrati quegli sguardi, ora non se la sentiva nemmeno di varcare la soglia. Quel luogo non gli apparteneva, e le domande indagatrici e le risposte monosillabiche lo confermavano. Il sipario della “realtà” calò in scena come qualcosa d’irreale, e una ventata di tinte di ceree dipinse il volto dell’uomo, che scappò fuori.

Come nell’opera di de Chirico in cui un sole nero compare all’orizzonte fuori dalla finestra, l’immagine mentale fittizia del sole vermiglio che aveva accompagnato i meriggi di contemplazione dal treno, implose dentro la casa e divenne cenere. Si polverizzò, e cenere, polvere, occhiaie di una sagoma inventata si tramutarono in un esile filo mnestico che era l’unico esule rimasto a collegare le due realtà. E dinanzi all’evidenza, della decadenza delle proprie convinzioni astratte, della resa allo scellerato mondo privo di idealizzazione, prostrato dinanzi allo stillicidio della vecchiaia che avanza e uccide ogni tenera sagoma di pensiero dolce, un sentore di panico seguì la vergogna e andò a ingarbugliarsi con lei. L’uomo del treno era diventato vecchio.

E capì che tutta la magia di quella linea lucente perduta, la vista di quella linea luminosa, l’immaginato angolo di quel piccolo e buono universo di desiderio e speranza, se n’era andato per sempre, e non sarebbe tornato mai più (Thomas Wolfe, “Dalla morte al mattino”)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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