La solitudine sospesa nel Realismo magico di Felice Casorati

0 325
Felice Casorati, “Ritratto di Silvana Cenni”, 1922

All’inizio del ‘900, dapprima in Italia e poi in tutta Europa, andò diffondendosi una ricerca degli antichi modelli, silenziosi ma veritieri nel proporre forme regolari e comprensibili senza eccessivi misticismi. O meglio, la metafisica con i suoi grandi sprazzi di luce e i silenzi roboanti di reminiscenze o di segnali epifanici non venne ignorata nè da Mario Broglio, che nel 1918 editò una rassegna d’arte contemporanea chiamata “Valori plastici”, nè dai grandi pittori quali Giorgio de Chirico e il fratello Alberto Savinio che vi aderirono. L’obiettivo di Broglio era rispondere chiaramente alle Avanguardie, le quali sorgevano e andavano diffondendosi a macchia d’olio apportando rivoluzioni stilistiche e stravolgimenti in tutti i campi. Occorreva un contraccolpo che riportasse una parvenza di regolarità, un ritorno all’ordine nel caotico evolversi del secolo che era appena agli inizi.

Andrea Mantegna, Piero della Francesca, tutto il ‘400 rappresentava un modello di rigore, di rigidità sia nelle tematiche, quasi sempre prettamente aderenti al mondo religioso, che nelle modalità di espressione. C’era una simbologia sacraria, accessibile a chi conosceva le scritture e ai committenti, che esibivano le opere nelle loro sfarzose dimore. Il Rinascimento, con la sua devozione alla cultura e l’estrema cura dei dettagli, venne ripresa da Felice Casorati, Carlo Carrà e Antonio Donghi. Ognuno a modo proprio, ricatturò il passato per poi rigenerarlo in forme nuove, quasi tutte incanalabili in quel che venne definito per la prima volta dal tedesco Franz Roh nel 1925 “Realismo magico”.

Carlo Carrà, “Il pino sul mare”, 1921

Dapprima in Italia e poi soprattutto in Germania oltre che in Francia, il Realismo magico s’impresse sulle tele con il potente influsso delle luci. Così, quando si osserva Il pino sul mare (1921) di Carlo Carrà, l’impressione è quella di percepire, pur in un contesto conosciuto per ricordi e/o astrattismi letterari, un’irregolarità. La pianta è di un verde scuro che è legittimo, ma quel mare del medesimo colore richiama echi soffici di inquietudine. Inspiegabilmente, la stessa sensazione si ha contemplando i dettagli policromi nivei e purpurei del telo su cui siede Silvana Cenni, col suo volto immobile, pensieroso ma inviolabile persino dalle supposizioni. Allo stesso modo, la donna protagonista di Tavola apparecchiata di Antonio Donghi, ritta in piedi, semplicemente osserva, ma i moti dell’animo (o gli auspicabili vuoti) restano un dilemma. Tutto sul tavolo è bianco, tranne la pagnotta e le ombre dei due bicchieri che corrono verso il muro, formando una linea retta, impeccabile come la fisionomia della padrona di casa.

L’interpretazione della nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce soltanto a renderci sempre più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari (Gabriel Garcia Marquez)

Felice Casorati, “Meriggio”, 1923

Nell’opera di Casorati L’attesa (1918-19), una donna con indosso un abito nero s’è assopita. La sua ciotola è accanto a lei, mentre altre sette sono adagiate sul tavolo: chi sono gli invitati, arriverà qualcuno i cui passi saltelleranno da una mattonella quadrettata all’altra sul pavimento oppure sarà solo polvere? Dormienti appaiono anche le ragazze in Meriggio (1923), che ricordano la scena evocativa di Via col vento in cui è “l’ora del sonnellino pomeridiano”. I corpi nudi, di cui quello a destra ricorda Cristo morto di Mantegna, sono completamente abbandonati, a cosa e a quali moti dell’inconscio non è dato saperlo. Le braccia, a legittimare la posizione fetale o a distendersi in preda al desiderio, insieme alla bocca socchiusa e vermiglia come quella della Danae klimtiana, sono dettagli. Silenti, eppure assai vivaci nel dinamismo della giornata che si distende al di fuori, nel totale disinteresse di chi è ormai in un’altra realtà, come i padroni di quelle scarpe rosse e del cappello nero a tesa larga abbandonati al centro della scena. Questo è un esempio di Realismo magico.

Felice Casorati, “L’attesa”, 1918-19

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.