I Grandi Classici – Peter Pan, il giovane Caronte che non voleva crescere

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Un ritratto dello scrittore

C’è un posto dove i bambini galleggiano, galleggiano tutti: ben lo sa Stephen King, e quindi IT. Perché ogni notte un bambino muore e una mamma piange, come canta Chris Rea. Quanti bambini senza felicità, in questa vita sola che non ti guarirà, ci ricorda Paola Turci: allevati come piccoli consumatori, sfruttati dalle agenzie pubblicitarie e dai genitori, mutilati dalle superstizioni religiose e dai giocattoli antiuomo dell’ultima guerra energetica, affogati nel Mare Nostrum per la gioia dei neofascisti, addestrati contro natura a diventare razzisti e cacciatori, bambolotti sessuali nelle grinfie dei pedoturisti, oggetti di ricatto familiare, esibiti come trofei quando va bene. Bambini che devono accudire i loro genitori. Protagonisti pro tempore, ad interim facenti funzioni della schifezza di persona che saranno da grandi: perché, per quanto l’infanzia non sia altro che una collana della zia Garulla le cui perle sono altrettanti traumi e delusioni, crescere è orribile, un lungo, triste ed insensato viaggio verso la morte. Ecco, in mezzo a tutto questo si colloca e snoda Peter Pan.

Bambini che non volevano crescere, bimbi sperduti, bimbi morti: sir James Matthew Barrie era nato in Scozia nel 1860, figlio di un tessitore e della figlia di un muratore, ultimo di 10 figli, e la sua vita passa attraverso una fatale sliding door all’età di sei anni, quando il fratello maggiore David muore per un incidente di pattinaggio. David era il favorito della famiglia e la sua morte lascia la madre devastata: il piccolo Jamie, allora, assume su di sé il compito ingrato e impossibile di lenire il dolore della madre, fischiettando come il fratello, vestendone gli abiti, imitandone le movenze. James era molto piccolo e gracile: tale rimarrà per tutta la vita, come se avesse scelto di non crescere.

Peter And Wendy

A volte la vita non è verosimile: sebbene tutto, in Peter Pan, sia allegoria, non risulta mai così poco plausibile come la storia di James Barrie che scelse di annullare se stesso per aiutare la madre e che fin da piccolo aveva non comuni capacità affabulatorie con le quale intratteneva la famiglia, di poi che a 42 anni creò la prima apparizione del personaggio di Peter Pan, un comprimario, un ruolo cameo nel romanzo del 1902 The little white bird; due anni dopo, porta sulle scene Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere e, finalmente, nel 1911 pubblica Peter e Wendy (che poi diventa Peter Pan e Wendy e infine semplicemente Peter Pan).

Da lì in poi, il successo è universale. Anche il fraintendimento. Perché in molti, troppi (vedi Eco-Camilleri-Odifreddi), che verosimilmente non hanno letto veramente il romanzo, credono pervicacemente che Peter Pan sia “una storia per bambini”, avendo come protagonisti principali bambini, fate e isole incantate, e non riuscendo a cogliere né l’ironia di Barrie (diretta prevalentemente verso il mondo degli adulti), né la drammaticità che non sempre le immagini in movimento del cinema e del teatro riescono a rendere – ad onore del vero ben celate, nel romando, sotto il mascheramento di una scrittura semplice, diretta, dalle scelte lessicali quotidiane.

Wendy seppe che sarebbe dovuta crescere. Tutti, dopo i due anni, scopriamo questa verità. I due anni sono il principio della fine.

Verso l’Isolachenoncé, secondo Disney

Peter Pan ha generato film (già nel 1924), cartoni animati (Disney su tutti, ovviamente, 19 signora Darling53), ispirazioni (Hook, di Spielberg nel 1991, con Robin Williams e Dustin Hoffman – Neverland con Depp), fumetti, dischi (abbiamo nel cuore la visione di Edoardo Bennato, che ci ha dato se non altro la versione forse più brillante in assoluto del coccodrillo-tempo), trasposizioni teatrali, studi, critica. Peter Pan trascende le dimensioni della storia, e persino le intenzioni e la consapevolezza stessa del suo autore: quello che raramente viene messo in evidenza nei lavori su e da Peter Pan è il subliminale legame con il dramma, l’angoscia, l’orrore, il condizionamento.

Raramente, si evince con chiarezza che la Terranova-Bambinaia Nana è una figura affettiva ma opprimente, reazionaria nei confronti nell’anarchia di Peter Pan sin dal primo incontro, e se a ciò uniamo il fatto che «La signora Darling… metteva in ordine i cervelli dei suoi bambini. Riordinare ogni notte i cervelli dei loro bambini… è uno dei lavori più importanti delle buone mamme», possiamo dire che neppure l’ambito nido familiare, consciamente o inconsciamente, è per Barrie una fonte di sicurezza e libertà. Qualche leggero ritocco e modifica, e avremmo qui i prodromi di una magnifica storia horror-splatter, ché la necessità compulsiva di riordinare i cervelli è un ottimo spunto per il tratteggio di una personalità da serial killer, verosimilmente con annessa psicosi religiosa (vedi, Carrie di King). La famiglia, non dimentichiamolo, è anche il primo luogo di annientamento della personalità e genesi delle psicosi più disparate.

I bimbi sperduti galleggiano, galleggiano tutti

Ancora, è vero che a Peter viene attribuito l’appellativo di Pan e perciò risulta giustificato il vestito di foglie (che non sempre è tale, o appare tale, specie nei film) per analogia col legame al dio boschivo: ma coperti da un vestito di foglie di sottobosco, quanti corpi, quanti cadaveri ci ha mostrato il cinema (successivo, certo), quante volte la foglia morta è stata il vestito funebre di donne e bambini? Magari uccisi per non farli soffrire, vedi Shutter Island, magari uccisisi per non essere uccisi: e per venire traghettati da un giovane Caronte non all’Inferno ma in un luogo dove, grazie alla sola sospensione dell’incredulità, viene sospeso anche il dolore (e non è forse un habitus mentale tipico dell’infanzia, e non solo, rifugiarsi in un mondo sereno e fittizio – how many sorrows do you try to hide, in a world of illusion that is covering your mind?).

Spielberg e Hoffman-Uncino: è Hook

Se guardiamo poi a come le espressioni artistiche dipingono l’infanzia come luogo temporale di violenta, dolore incertezza e sopraffazione (servirebbe parlare dell’occhio anglosassone sull’infanzia) da Dickens in poi, passando per Rosso Malpelo, arrivando alle vite quotidiane dei 4 amici di Stand By Me e dei Sette Perdenti di Derry (che singolare coincidenza l’assonanza con Barrie), contando che la letteratura successiva ci propone interi pianeti di paradisi artificiali, siamo proprio sicuri che Pennywise sia un clown cattivo? E che Peter Pan sia un eroe buono? O Peter Pan è un Pennywise vestito di foglie, ed entrambi vogliono la stessa cosa, ossia preservare i bambini sperduti dal dolore facendoli galleggiare per sempre sui mari dell’Isolachenoncé?

Robert Louis Stevenson disse di James M. Barrie: «Io sono un artista, lui è un genio». Peter Pan ne è la prova.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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