Patrick William Adam: il pittore della Scozia battuta dal vento

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Bass Rock, all’orizzonte

Da sempre, l’uomo ha l’abitudine di dare nomi a quel che lo circonda. E, a seconda delle differenti zone che abita, attribuisce una forma nominativa a quel che per lui ha un significato: è così che gli eschimesi hanno tantissimi termini per la neve mentre gli inglesi hanno coniato addirittura un phrasal verb (kick out) per indicare qualcuno che merita di essere cacciato a calci! Quando il pittore Patrick William Adam si trasferì a North Berwick (b ɛ r ɪ k, letteralmente fattoria d’orzo), nel cuore della Scozia, e passeggiando s’imbattè nel castello reale che un tempo fu dimora di Giacomo I, figlio legittimo di Maria Stuarda ed erede al trono d’Inghilterra dopo Elisabetta, gli parve di sentire qualcosa. Niente più di un sussurro, forse una suggestione dovuta alla conoscenza delle vicende delle streghe, che in quel luogo videro la morte perchè accusate di aver originato tempeste nere, ma quella sensazione di aver incontrato qualche archetipo grigio appigliato ai muri lo turbò al punto di dover uscire subito dal castello.

Le parole d’improvviso non gli venivano più ma, una volta giunto al porto e osservata l’isola di Bass Rock (b Æ s) placidamente addormentata nel solleone, Adam comprese che quel che aveva sperimentato pocanzi doveva essere raccontato. E come meglio farlo se non attraverso quel che gli veniva meglio, ossia il disegno? Indugiò ancora qualche momento dinanzi alla vista della bianca roccia protagonista delle avventure di Robert Louis Stevenson e della scrittrice scozzese Ross Laidlaw, e osservava le pulcinelle di mare e le sule volteggiare nel vento fresco. Poi, ebbro di sensazioni, rincasò presso Ardilea e, olio su tela, diede dei nomi all’unione tra opposti luminosi e macabri silenzi che solo la Scozia sa raccontare. 

Oh, venti poderosi, che schiantate i rami novembrini! Il placido sole splendente, non toccato dalle furie della terra, abbandona il mondo all’oscurità, al selvaggio oblio e alla notte, mentre gli uomini tremano nei loro cappotti e si affrettano a tornare a casa. Poi le luci di casa scintillano in quelle profondità desolate. Eppure ci sono le stelle! Alte e luccicanti in un firmamento spirituale. Noi cammineremo fra mulinelli di vento, guardando intensamente attraverso le nostre sembianze terrestri, alla ricerca di un improvviso sorriso di intelligenza umana al di là di queste insondabili bellezze. Ora il ruggito della furia di mezzanotte e lo scricchiolio dei cardini e delle finestre, ora l’inverno, ora la comprensione della terra e della nostra presenza su di essa: questo dramma di enigmi e di doppi fondi, di sofferenze e di tristi gioie, queste cose umane nell’elementare vastità di un mondo battuto dal vento (Jack Kerouac, “Un mondo battuto dal vento”)
Le parole di Jack Kerouac, così come le tele chartreuse di Edward Hopper, sintetizzano il kore delle opere di Adam. La casa, che egli scelse come soggetto prediletto, è un simulacro in cui le percezioni, che navigano tra l’introspezione e il mondo esterno, giorno dopo vanno depositandosi. In più, mentre fuori impervia un mondo battuto dal mondo, all’interno la natura proietta i suoi riflessi ciclici di luci e ombre, che vanno depositandosi sui rivoli bagnati dei linosi panni appesi, e nelle tinte rossastre del tramonto scivolano via dalla libreria fuori dalla finestre come Peter Pan, mentre un mazzo di fiori viola assiste passivo da un vaso sulla console di legno. Tutto vive, anche nel silenzio, e nulla è indifferente: o almeno, questo accade in Scozia, dove il vento gode del pregio di suscitare epifanie tutte sue.
Patrick William Adam, “Interior Morning”, 1918
John Singer Sargent, “A hotel room”, 1907
North Berwick
Edward Hopper
Faro a Bass Rock, con intorno le sule
Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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