Luigi Pirandello e la tragica commedia dell’Io, tra teatro e filosofia

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Luigi Pirandello e la tragica commedia dell’Io, tra teatro e filosofia

Luigi Pirandello e la tragica commedia dell’Io, tra teatro e filosofiaLa vita è un teatro in cui ciascuno interpreta molteplici ruoli: da un lato essi sono sviluppati per meglio destreggiarsi tra le risposte degli altri attori e lo sguardo del pubblico, dall’altro sono attribuiti come etichette dalla società medesima all’individuo incapace di sottrarvisi. È l’idea di fondo della cosiddetta maschera pirandelliana, il tentativo di aggrapparsi alla stabilità per salvarsi dal caos dell’esistenza, che sempre mina l’unità dell’Io in favore di una disgregazione che lo rivela come un mero aggregato di calcolate e colorate proposte. Così il soggetto si ritrova alienato tra la propria immagine di sé e l’incontrollabile archivio di ruoli in cui gli altri, suo malgrado, lo collocano. Ogni giorno facciamo la conoscenza di questa verità: pensiamo a quanto i profili sui social network funzionano come studiati biglietti da visita della nostra persona, tentativi di essere convocati all’attenzione pubblica secondo l’idea che di sé, e a sé stessi, si vorrebbe affermare.
Per Pirandello solo la solitudine del folle che ha abbandonato le convenzioni e le disperate pretese di ricamarsi un’identità ferrea, rappresenta un autentico quanto tragico tentativo di emancipazione della persona. Un esito che potremmo accostare all’emblematico stile di vita filosofo greco Diogene il Cinico (il soprannome gli deriva dal greco kyon, “cane”, e cosa c’è di meno incrostato di tacite convenzioni dell’impulsività degli animali?).
A quanto pare, da bambini spontanei che eravamo, siamo destinati a sporcarci con i compromessi dell’interazione. Nella Gaia Scienza Nietzsche sottolineava come la coscienza umana sia una sorta di attrezzatura per la comunicazione. L’autocoscienza, il linguaggio, il comportamento, tutto ha origine in virtù dell’integrazione sociale.

Ognuno di noi, con la miglior volontà di comprendere se stesso nel modo più individuale possibile (…) renderà sempre oggetto di coscienza soltanto il non individuale, quel che in se stesso è esattamente la sua misura media.

Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

Sarà poi Freud a dipingere l’individuo come incastrato nel conflitto fra istanze pulsionali inconsce e la risposta censoria del Super Io: quest’ultimo è la costellazione introiettata dei modelli familiari e culturali che arginano l’inconscio ed esercitano una pressione sul dilaniato e sballottato Io.
E se Nietzsche e Freud sono i pensatori del crollo dei valori morali e del primato della coscienza, all’antropologo René Girard va attribuito un originale contributo alla decostruzione dell’eterna e “romantica” illusione dell’irripetibilità e della singolarità della persona. Gli esseri umani desiderano e agiscono imitando altri esseri umani: ambiscono agli oggetti posseduti o voluti dall’altro, inteso sia come singolo modello, sia come gruppo. Non siamo individui dotati di una personalità e una originalità autonome, ma imitatori di imitatori. Il punto su cui forse Girard dissentirebbe da Pirandello è la follia: essa costituisce un esito estremo, disperato, e anche caricaturale, del gioco mimetico del desiderio e della pretesa di essere una personalità singolare.
Insomma, svariati segmenti della storia del pensiero contemporaneo mettono bene in evidenza il primato della sfera sociale nella configurazione di quella personale.

Per cLuigi Pirandello e la tragica commedia dell’Io, tra teatro e filosofiaoncludere, un pensatore naturalmente vicino all’opera di Pirandello è Bergson. Tutti conoscono la concezione pirandelliana della comicità e dell’umorismo: la prima è la spontanea reazione a un contrasto imprevisto tra ciò che è reale e ciò che è presupposto, il secondo si risolve in una comprensione più profonda delle contraddizioni e delle debolezze dell’umano. D’altra parte, per Bergson la risata ha una costituzione e una funzione, anche qui, squisitamente sociali. Il contrasto tra la meccanica forma sociale e il reale e vivace scorrere della vita genera comicità. La risata accusa le ragnatele convenzionali su cui gli uomini si arrampicano.

Nelle commedie ridiamo di personaggi schiavi del vizio, o degli eccessi di automatismo. La risata diventa così un gesto di coscienza e di correzione sociale, una scossa di elasticità. Del resto sappiamo tutti quale terribile sfida possa essere trattenere il riso in situazioni inopportune. In qualche modo il riso ha il potere di spezzare il velo della maschera, è un sussulto di spontaneità in contrasto al soffocamento della forma e della norma. E il sorriso dell’umorismo è la serena accettazione della nostra fragile umanità.

Un pazzo che pensa di essere Napoleone è evidentemente un pazzo, ma è ancora più pazzo un re che crede di essere un re.
Jacques Lacan


Michele Gallone per MIfacciodiCultura

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