Essere leader in tempo di coronavirus: la creatività di reinventare

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In psicologia, sovente insegnano che ogni dettaglio, al pari di qualunque epifenomeno o sovrastruttura psicosomatica, può essere descritto come un dato scientifico di realtà, studiabile al netto di una statua di cera avulsa dall’influenza delle pulsioni o dalle spinte del reale. Ebbene, se così fosse non si spiegherebbe perché tanto spesso ci ritroviamo a pensare e a compiere azioni che non seguono linee logiche, che vanno controcorrente con la razionalità o con le proprie convinzioni, valoriali e dogmatiche.
Come mai?
Come mai prima di un viaggio bellissimo, magari programmato e pregustato mentalmente da tempo, avvertiamo intensamente una sensazione che sfiora la melanconia?

A tal proposito, giusto ieri ripensavo a quel velato languore che sfiora la mestizia che accompagnò i miei giorni settembrini del 2018 prima della partenza per Tokyo (per saperne di più, ecco l’inizio del mio viaggio a Shinjuku, Tokyo). Aleggiava uno stupore frastornato, non felice, ma in attesa. Di qualcosa, delle paure e delle opportunità, ma anche uno stupore silenziosamente assorto su quel che sarebbe accaduto di lì a qualche giorno, ora, fuso orario.

Ad alcune persone capita di avere attacchi d’ansia, che sopraggiungono magari proprio quando ormai ci si sentiva al sicuro, o così pareva, dalla stasi del martellante overthinking.
Il motivo per cui questo accade ha una risposta, che si sintetizza in due realtà: l’incompletezza e il riconoscimento dell’incompletezza.
Tutto quello che abbiamo, che godiamo, che respiriamo, persino quello di cui abbiamo paura, ci appartiene in qualche maniera. Il singolare modo con cui arriviamo a inglobare ogni stimolo e le conseguenti reazioni che mettiamo “nel campo di forze” pensiamo in parte di conoscerlo, lo avvertiamo come nostro, lo giustifichiamo razionalmente come una “nostra” personale difesa. Eppure, nonostante ciò, all’improvviso vediamo che il quadro che crediamo di conoscere perde i colori e lo specchio si spezzetta in tanti piccoli frammenti: non riconosciamo più la totalità del disegno ma ne serbiamo il ricordo, mentre ora fissiamo lo schizzo di una realtà che non esiste più. Sembra un dagherrotipo, una fotografia monocrama spenta: è l’incompletezza del nuovo scenario.

Ed è qui che il vero leader si riconosce: quando le certezze crollano, le illusioni aumentano e il controllo si fa più lieve, quando l’agognata paura del volo è vicina. Salire sull’aereo o procrastinare il viaggio? Sono entrambe risposte valide, non coraggiose per antonomasia ma valide perché rappresentano la miglior decisione in quel momento e in quello specifico contesto. La riorganizzazione degli addendi non è mai la semplice somma di entità d’automi, ma una combinazione nuova è creativa che in parte riprende lo status quo, si fa baluardo del passato ma non lo ritraspone pari pari senza una selezione accurata. Per volare, o per scegliere di non farlo, ci vuole creatività, così come per rimodellare le forme granitiche con un po’ di azzurro accesso occorre inventarsi storie nuove. La creatività è l’unico vero coraggio che conosco.
E per riprendere Saint-Exupery con il suo pensiero laterale affidato al Piccolo Principe,

tutti siamo stati bambini una volta, ma non tutti se ne ricordano

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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