Kafka e Escher: le geometrie disordinate dell’anima

0 1.421

Personalità rarefatte che cercano di trovare appigli oggettivi in un mondo che si autoproclama solido, nei suoi codici legislativi e nei piccoli ordinari stressanti metodi di controllo del particolare, ma di fondo altro non è che uno scarabocchio disordinato dalle coordinate appena abbozzate. Come mai questa confusione tra il Sè e il reale? Perché a creare i codici legislativi e i piccoli ordinari stressanti metodi di controllo è l’uomo, che per definizione è imperfetto e traspone continuamente una porzione di insicurezza intorno a sè. Il tentativo di ammaestrare il mondo alle volte sembra un quadro del norvegese Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan (1892), in cui l’Espressionismo è uno stato d’animo scolpito a tinte nivee sul volto di un protagonista disorientato.

Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan (1892)

Franz Kafka (1883-1924) e Maurits Cornelis Escher (1898-1972) offrono due versioni autobiografiche di quanto le realtà impossibili tentino di darsi un ordine:

Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza (…). Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante (…). “Che cosa mi è accaduto?” si domandò. Non stava affatto sognando…
“La metamorfosi”, Franz Kafka

Kafka e Milena, by Fabio Delvò

Come il protagonista de La metamorfosi (1915) si sveglia in una realtà che è mutata- o, per essere onesti, ha radicalmente mutato lui- così accadde a Franz Kafka per tutta la sua vita. I rapporti conflittuali con il padre, le nevrosi e la costante percezione di non soddisfazione di sé e del proprio lavoro, la  tristezza e i sempre più frequenti attacchi di depersonalizzazione e distacco dalla realtà e il conseguente delirium tremens che trovava conforto solo nella fuga in Milena che era antidoto non tanto alla morte quanto alla vita stessa. Frank Kafka fu una geometra irregolare, un’anima spaccata in due che per tutta la vita tentò di adattarsi e trovare un posto, un luogo stabile, una dimora autentica in un involucro dalle superfici distratte. Questo emerse nei Diari, oltre che nel Josef K de Il processo (1925) ed è tuttora visibile al Kafka Museum a Praga: non c’è protagonista che si salvi, l’irrealtà è e sempre sarà una componente viva, urlatrice dell’ordinaria realtà caotica.

Siete davvero sicuri che un pavimento non possa essere anche un soffitto? (Escher)

Escher, “Relatività”, 1953

E a tratti, la quotidianità appare come un quadro di Escher, in cui la geometria, i colori calibrati, l’accurata selezione del bianco e del nero, l’armonia curvilinea del caleidoscopio variopinto che fa schizzare tutti i ricordi infantili rosa legati a una fiaba di qualche lord e li proietta in una sala museale, di colpo si fanno controsenso. Tutto appare normale, un ghirigoro con un inizio e una fine, e invece non è così: osservando meglio, si scorge che l’incipit e l’epilogo si fanno confusi, in un anamorfismo ininterrotto. Non sono che la stessa cosa, e sia la scala che scende che quella che s’arrampica su in Relatività (1953) potrebbero condurre chiunque chissà dove. A camminarci potrebbe essere  anche K, il protagonista de Il castello (1926), o qualche mago ancora addormentato prossimo al risveglio.

Anche se, come affermava Freud, la veglia e il sonno non sono che due manifestazioni in cui la consequenzialità lineare semplicemente trova un mondo continuativo di esprimersi: non c’è rêverie senza spunti dal reale così come non esistono risvegli senza influenze dall’onirico.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.