I Grandi Classici – L’uomo moderno? È uno scarafaggio: “La metamorfosi”

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timthumb (1)«Abbiamo in testa idee meravigliose, che raramente coincidon con le cose»: così Roberto Vecchioni in un verso della bella La corazzata Potemkin che tratta dei poeti contemporanei; che poi prosegue «Voliamo alto, se non capite niente peggio per voi, mica scriviamo per la gente…» Ricordando che comunque il professore non è esattamente noto per la trasparenza del verso, noi facciamo sua la critica ai poeti e la estendiamo ai critici: nella fattispecie, ai critici che si sono occupati di Franz Kafka e delle sue opere. Tra la definizione di pointilliste della scrittura kafkiana, il prevedibile asse metasemantico del racconto, lo straniamento allegorico nel quotidiano e qualche altra amenità critica, ci vien fatto di pensare che seppure non sia necessario essere uno scrittore per dare un giudizio critico (anzi), nondimeno sarebbe auspicabile non esser così tanto avulsi dalla comprensione del processo creativo. E che Kafka stesso sarebbe allibito allo scoprire che il suo La metamorfosi è, ad esempio, “una metafora dell’Uomo Reificato”.

La trama de La metamorfosi è nota: il commesso viaggiatore Gregor Samsa si sveglia una mattina trasformato in scarafaggio. La cosa riempie di orrore e di ribrezzo la famiglia, che dapprima – anche memore del fatto che Gregor manteneva col suo lavoro padre, madre e sorella – gli presta delle cure e delle attenzioni, ma successivamente finisce per non tollerarne la presenza, insofferenza che sfocia in atti di aperta violenza, finché Gregor si lascia morire, tra il sollievo generale. In natura, lo scarafaggio ha anche doti straordinarie: gli studiosi dicono che in caso di guerra termonucleare globale sulla Terra rimarrebbero comunque vivi scarafaggi, scorpioni, Salvini e Adinolfi, non essendo intaccabili dalle radiazioni atomiche. Qui, però, lo scarafaggio è solo l’archetipo di un qualcosa foriero di disgusto insopportabile.

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Franz Kafka

L’atmosfera di fondo è l’angoscia, che nel racconto, e nell’opera intera di Kafka, è anche una tematica. il boemo, poi presenta evidentemente dei problemi nei confronti dell’autorità: il suo primo racconto, La Sentenza, è un semionirico processo di un padre nei confronti di un figlio; ma Il Processo stesso, Davanti alla Legge, Nella Colonia Penale sono tutti chiari simboli e sintomi di una devastante angoscia esistenziale innestata su un difficile rapporto con il mondo esterno e con l’autorità.

Del resto, Kafka anticipa la nuova, subentrante angoscia dell’uomo europeo (che La metamorfosi sia del 1915 non pare un caso), quella dell’individuo oppresso da fattori e meccanismi incommensurabilmente più grandi di lui, che lo schiacciano fino a farlo scomparire: per quanto si possa desiderare di astrarre le interpretazioni del racconto, anche facendosi forti di uno stile didascalico ed enunciativo innestato su una situazione assurda, paradossale, surreale, straniante, l’interpretazione del testo-personaggio Gregor Samsa è lineare. L’uso della terza persona singolare non deve trarre in inganno, perché il punto di vista – l’occhio della macchina da presa – è quello del protagonista, e nella fattispecie del protagonista onnisciente, che con un ulteriore passo nel surreale narra la propria fine annunciata.

Gregor Samsa è padre di infinite angosce letterarie, che sfociano nella follia: un fil rouge lo unisce a Vitangelo Moscarda, a Zeno Cosini, a Jack Lo Squartatore, ad Hannibal Lecter. La cifra dell’uomo del ‘900 è dicotomica e ondeggia tra il delirio di onnipotenza ed il senso di inadeguatezza più estremo, la sua malattia è la schizofrenia e la dissociazione delle personalità: Samsa è l’eroe-vittima del secondo, un “accordo dissonante” e “la sua patologia è che è rimasto solo”, è lo studioso la cui ombra rimane schiacciata da quella del corvo. Chiedersi il confine tra allegoria inserita nella vita e vita che si insinua nell’allegoria è, nel caso di Kafka, semplicemente assurdo: Gregor Samsa non diventa realmente uno scarafaggio, ma è uno scarafaggio, per sé in eterno. Totalmente incapace di maneggiare la realtà (quella delle più severa punizione per la minima mancanza – il racconto complementare alla Metamorfosi, a mio avviso, è Nella Colonia Penale), indicibilmente sordida per persone, opere, cose; incapace come Munch di percorrere più un solo tratto di quel sentiero stretto su cui è stato in bilico, tra le cose umane e l’abisso, ha finito per farsi inghiottire. Come i compagni di McMurphy in Qualcuno volò sul nido del Cuculo.

scarLa scrittura di Kafka è solida, compatta, monolitica: non c’è spazio a ridondanze e voli pindarici sintattico-lessicali, come non c’è spazio nella malattia mentale profonda. In maniera talmente evidente da risultare didascalica, Samsa-narratore descrive una discesa agli inferi, la discesa di Samsa-personaggio: dopo la dissociazione mentale, inizia il degrado fisico – sporcizia, disordini alimentari, “puzza di piscio e segatura” e vita citando. Un processo che conobbe anche Alda Merini, che però rimase sufficientemente lucida e presente a sé stessa da sperare di non perdersi definitivamente.

Invece, Gregor è uno scarafaggio.

Se Uno, nessuno e centomila è il «romanzo della disgregazione della personalità», La metamorfosi è il racconto dell’annichilimento dell’individuo, che non ha nemmeno la scelta tra follia e morte, ma può solo imboccare un sentiero che conduce alla seconda attraverso la prima.

La realtà, per l’uomo dal 1900 in poi, è di difficile decrittazione ed egli tenta in ogni modo di sfuggirle: la storia della letteratura da Gregor Samsa al Narratore/Durden di Fight Club, è in massima parte il racconto di questo tentativo di fuga, nonché dell’eziologia di questo male di vivere, e solo in minima parte dei suoi esiti.

Je suis Gregor Samsa.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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