Franz Kafka: inettitudine e solitudine dell’uomo moderno

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Franz Kafka: inettitudine e solitudine dell’uomo moderno

Franz Kafka è nato a Praga il 3 luglio 1883 e scomparso il 3 giugno 1924 a Kierling, nei pressi di Vienna, all’età di quarantuno anni per colpa della tubercolosi. Durante la sua vita ha prodotto opere che hanno contrassegnato gli studi filosofici e letterari di tutto il Novecento: in particolare è grazie all’amico Max Brod che tutte le opere di Kafka, terminate e non, sono state rese pubbliche. Nel testamento, infatti, lo scrittore aveva chiesto che tutti i suoi lavori venissero bruciati poiché inutili alla società.

Per portare Franz Kafka a trattare di un nuovo modo di pensare l’esistenza umana sono stati decisivi diversi fattori, soprattutto i rapporti interpersonali. Innanzitutto, egli ha espressamente incolpato i modi autoritari del padre della propria inettitudine nella vita, come esplicitato nella famosa Lettera al padre del 1919: fu proprio lui a costringere Kafka a intraprendere una carriera da funzionario di banca, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza. In più, le sue relazioni amorose, anch’esse messe nero su bianco in lettere tormentate, non hanno avuto un più felice destino: in primis il fidanzamento con Felice Bauer, poi Milena Jesenska ed infine Dora Dymant, la donna che lo ha seguito nella lunga malattia.

Franz Kafka con Felice Bauer

Lo scrittore è divenuto famoso per opere quali La metamorfosi (1915), Il processo (1924) e Il castello (1926), questi ultimi rimasti incompiuti, come altri suoi lavori. Lo stile di Kafka è diretto, coinciso, risoluto nei minimi particolari quando descrive la realtà dei suoi personaggi. Egli li pone di fronte a tematiche quali la colpa e la condanna, inflitte a loro insaputa. Nelle sue opere, infatti, il protagonista come anche il lettore sono colti alla sprovvista dagli eventi estranei e proprio da questi, essi si lasciano sopraffare poiché non ne conoscono mai la causa.

La natura umana è per Franz Kafka una legge già decisa ma completamente al di fuori della portata dell’uomo. Questa è la sua vera tragedia. Gli uomini di Kafka sono uomini abbandonati in una solitudine che li schiaccia come una pressa, poiché percepiscono il peso di qualcosa di più grande e potente, ma soprattutto indecifrabile e incomprensibile.

Il potere è, nei romanzi di Kafka, quel qualcosa che decide la condizione del personaggio, e viene descritto attraverso simbologie di incognita e oscura presenza. Sono luoghi o soggetti che non si conoscono ma che hanno la capacità di manipolare una vita umana.

Un buon esempio dell’operare kafkiano sono sicuramente Le Metamorfosi.

La metamorfosi nell’opera di Ovidio rappresenta una trasformazione che avviene per volere divino ma rappresenta anche l’espiazione di una colpa mortale. Così l’uomo assume una nuova forma perché accusato di una colpa, avendo tradito la fiducia del dio. Nell’opera di Kafka, invece, essa non ha nulla di positivo, e costringe il protagonista ad un isolamento assoluto. I suoi personaggi non conoscono la natura della propria colpa, ma col tempo tendono ad accettarla e ne subiscono le tragiche conseguenze, proprio come avviene nel processo. Questa inattività totale, evitando di cambiare il corso degli eventi, è una tematica molto importante per la letteratura moderna, basti pensare all’opera teatrale di Samuel Becket, Aspettando Godot (1953).

In più, nelle Metamorfosi si potrebbe addirittura notare una sorta di visione degli eventi futuri che hanno caratterizzato la storia del primo Novecento, dove l’uomo diverso, strano, viene costretto all’isolamento, a vergognarsi di sé stesso per poi essere gettato come rifiuto sociale.

L’inettitudine che viene attribuita ai personaggi dei suoi romanzi è il riflesso di un autobiografismo che può essere più o meno esplicito. Ma certo è che il signor K. protagonista del romanzo Il castello, sia proprio lui, Franz Kafka.

L’ozio è il principio di tutti i vizi, il coronamento di tutte le virtù.

Fabio De Liso per MIfacciodiCultura

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