Di paura il cor compunto – Pirandello e l’angoscia di Vitangelo Moscarda

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Vitangelo Moscarda
Luigi Pirandello

Uno dei personaggi più tormentati dei romanzi di Luigi Pirandello (Agrigento, 1867 – Roma, 1936) è Vitangelo Moscarda (detto Gengè), un giovane uomo che, a ventotto anni, mette in discussione tutta la propria esistenza, le proprie certezze, ma soprattutto la propria identità. Vitangelo ha sempre vissuto di rendita, grazie alla banca ereditata dal padre; non si è mai posto problemi di identità, se non nel momento in cui la moglie gli fa notare che il suo naso è leggermente storto. Questo dettaglio apre una voragine nella concezione che Vitangelo Moscarda ha di se stesso, poiché, in ventotto anni, non si era mai accorto di avere quel – seppur piccolo – difetto. Da quel momento, il protagonista comincia a indagare in quali modi viene percepito dagli altri, e quali identità, o meglio, quali etichette, essi gli attribuiscano. Scopre così di non avere un’identità univoca, come aveva pensato fino a quel momento, bensì una identità frammentata e incoerente, del tutto relativa allo sguardo di chi, di volta in volta, lo incontra e si rapporta con lui.

L’angoscia si insinua in lui attraverso una spirale di pensieri cupi che lo convincono sempre di più che, in questa vita, è impossibile essere un unico individuo:

Quell’uno stesso, cioè quella realtà che in un momento ci siamo data e che in quel momento ha compiuto l’atto, spesso poco dopo è sparito del tutto; tanto vero che il ricordo dell’atto resta in noi, se pure resta, come un sogno angoscioso, inesplicabile.

Anche se ci riconosciamo nelle azioni che compiamo, ogni volta che l’azione termina, torniamo ad essere nessuno, e anzi il «ricordo dell’atto» resta vivo per noi soltanto come «un sogno angoscioso, inesplicabile», perché subito dopo ne perdiamo la realtà concreta.

Queste elucubrazioni non vengono purtroppo comprese da alcuno dei conoscenti del protagonista, e nemmeno dalla moglie, per la quale anzi il suo principale attributo è sempre stato una «sorda tranquilla e oziosa stupidità». Eppure, a quel punto, Vitangelo comincia a rifiutare l’oppressione costituita dal giudizio altrui, perché gli provoca una terribile angoscia. Infatti, egli ha ormai preso coscienza che sua moglie Dida si è fatta un’idea di lui soltanto parziale; eppure, non può fare nulla per farle cambiare idea: se ora prendesse a comportarsi in maniera diversa, probabilmente ella non lo riconoscerebbe più come suo marito.

Un’altra delle paure di Vitangelo Moscarda è quella di non riuscire a dominare il proprio corpo, che da un momento all’altro potrebbe prorompere in grida disumane per proclamare la propria libertà dai pregiudizi altrui. Egli è consapevole che, se confessasse il proprio disagio, certamente verrebbe emarginato. Tuttavia, deve riconoscere di non stare più bene non solo con gli altri, ma nemmeno con se stesso:

E tanto ormai, fisso in questo tormento, m’ero alienato da me stesso, che come un cieco davo il mio corpo in mano agli altri, perché ciascuno si prendesse di tutti quegli estranei inseparabili che portavo in me quell’uno che ero per lui.

Frattanto, riflettendo sul senso del propria rio matrimonio, l’angoscia del protagonista si trasforma in vero orrore. Vitangelo si rende conto che fra sé e la moglie esiste un muro impenetrabile di incompatibilità, la cui presenza invisibile ma innegabile diviene ancora più evidente in un momento intimo come l’abbraccio:

Due estranei, stretti così – orrore – estranei, non solo l’uno per l’altra, ma ciascuno a se stesso, in quel corpo che l’altro si stringeva.

Magritte, Gli Amanti, 1928

La paura descritta da Pirandello in questo romanzo è provocata dall’angoscia tutta interiore di non riuscire a riconoscersi; essa si insinua pian piano e, col tempo, invece di scemare, tormenta sempre più il soggetto. La moglie e gli amministratori della banca che ha ereditato cominciano a considerarlo pazzo; Vitangelo, nel frattempo, approda a una nuova consapevolezza. Per raggiungerla, è passato per tre tappe: la prima, la tappa dell'”Uno“, per cui per tanto tempo ha cercato di capire chi fosse quel qualcuno che rispondesse al nome di Vitangelo “Gengè” Moscarda; la seconda, la tappa dei “Centomila“, costituita dai mille frammenti del proprio sé spartiti tra tutte le persone che lo conoscono; infine, la terza ed ultima tappa, “Nessuno“: ovvero, la libertà dai ruoli e dalle etichette. «Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani».

Vitangelo Moscarda supera la propria angoscia lasciandosi alle spalle le maschere sociali, che lo vedevano vuoi come usuraio (gli amministratori della banca), vuoi come stupida marionetta (la moglie); ritrova se stesso nella natura, proiettando il proprio inquieto sé nel mondo circostante, fondendosi armonicamente con esso. È così che questo romanzo, dopo averci condotto attraverso un travagliato percorso interiore, ci lascia con un’immagine di solitudine, ma di una solitudine serena, della pace che ciascuno di noi dovrebbe ritrovare con se stesso.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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