Quando c’era Marnie: il lungometraggio Ghibli sul ricordo e l’empatia

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Hiromasa Yonebayashi non è conosciuto come Hayao Miyazaki o Makoto Shinkai, ma anche se non ha realizzato La città Incantata e Your name, è egualmente uno dei migliori registi giapponesi dei nostri tempi. Candidato all’Oscar per il miglior film d’animazione nel 2014, Quando c’era Marnie (思い出のマーニー) prodotto dal celebre Studio Ghibli, racconta la storia di Anna che, orfana, dimostra di non riuscire a vivere la sua fanciullezza “come gli altri bambini”. Somatizza e ha attacchi d’asma: da qui la decisione di lasciare la città per recarsi altrove, in un luogo dove non conosce nessuno e in cui poter staccare la mente. Ritrovare la serenità che non sente (più) sua è l’obiettivo.

Il luogo, lontano dai fumi grigi di Tokyo e dai vaporosi spruzzi areiformi dello Shinkansen, la nuova dimora appare tinteggiata dai verdi brillanti di John Singer Sargent, solo un poco più ordinata de La camera d’albergo (1904-06). E qui, in una piccola cittadina di campagna il cui straripa i suoi zampilli luccicanti nella baia, un rivolo d’acqua che s’ingrossa con l’alta marea bagna una villa d’epoca imponente di quei grigi che solo Thomas Wolfe seppe descrivere a parole. Lì vive Marnie, una bambina dell’età di Anna: le due diventeranno amiche, condivideranno il tempo e i segreti, impareranno il grande valore dell’empatia, che con il semplice scopo di ascoltare l’altro, e non giudicarlo, rende grandi le più piccole confidenze e nobilita gli ascoltatori. Ma che succede quando Anna viene a scoprire che la villa in cui vive Marnie è abbandonata da anni? 

E’ un po’ come se ci fossimo scambiate di posto, tu nella mia vita e io nella tua!

Spesso grandi scrittori, maestri della retorica psicologica o del montaggio grafico utilizzano formule complesse per spiegare realtà che, alla fine, sono di fatto molto semplici. Il maestro d’animazione Yonebayashi, tra le musiche scelte ad hoc e una sensibilità rara, ha realizzato un capolavoro (disponibile su Netflix) in cui i dialoghi ma soprattutto il linguaggio non verbale unito alla potenza della natura che tutt’altro è che una forma passiva di realtà, regalano sensazioni e realtà delicate e vere fino all’essenza. Da vedere, fazzoletto alla mano.

John Singer Sargent, “La camera d’albergo”, 1904-1906

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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