OnLife, la mostra tra Europa e Asia per pensare al futuro post covid

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Un uomo incede a passo lento, con a braccetto un libro, totalmente dimentico della ventiquattrore a tracolla scelta la sera prima; a fargli compagnia un gran frastuono. I primi riflessi sonnolenti del meriggio evolvono con calma verso l’eterno vaporoso ritorno uguale del crepuscolo damascato e iniziano a originare ombre scure sulle fisionomie verde Prato di un edificio fiorentino. Di colpo, l’uomo osserva la facciata e fissa un particolare araldo ingrigito dal tempo, e per un breve istante inconsapevole un ingorgo di pensieri metafisici si presenta alla soglia della coscienza, ma poi l’attenzione ritorna allo smartphone. Il passante se ne va, e il telone che a Taipei riprende la grande Firenze non rimane che un frammento mnestico subito soppiantato da altri stimoli: questo è l’inizio di Relocation, il video con cui l’artista Giacomo Zaganelli ha contribuito ad OnLife, progetto da lui ideato e curato assieme ad Angelika Stepken, direttrice di Villa Romana.

Il coronavirus cambierà il nostro modo di vedere, di vivere e percepire la realtà (economica, politica, relazionale…). Chi sarà in gradi di uscirne, chi no? Quel che si presenterà dopo deve renderci consapevoli delle nostre responsabilità, e non possiamo farci trovare impreparati. Occorre reagire, proiettarci in nuovi schemi costruttivi, ma che cosa ci porteremo dietro del Vecchio Mondo?

Performance 2018, courtesy Fabrizio Bellomo, OnLife

Sono 14 gli artisti, da Firenze a Tokyo, che hanno tentato di rispondere a tali quesiti, presentando ognuno soluzioni diverse. Takayoshi Kitagawa gioca con i bianchi della luna che simulano una piccola finestra nel muro, a ricordare che tutto può essere osservato da angolazioni diverse, mentre Fabrizio Bellomo presenta una condizione di “medioevo tecnologico” in cui le uniche luci pensanti e dominanti rischiano di essere gli schermi. Altri temi trattati in OnLife sono:

L’incertezza sonora – Gabriele de Seta

Il coronavirus ci ha allontanati dalla quotidianità, e con essa la grande assente è la frenesia coi suoi suoni intermittenti. Noise reduction racconta come il cervello si sforzi di decifrare le frequenze sonore anche quando non può vedere lo stimolo d’attrazione, e cerca di attribuirgli un senso. Non indica forse, quel fragore, l’arrivo della metropolitana? Ma allora perchè subito dopo le frasi biascicate paiono pronunciate da una cassiera in un altoparlante del supermercato? Siamo portati a trovare sempre un senso, anche a input frammentari e incerti.

Relocation, 2017, courtesy Giacomo Zaganelli, OnLife

Rapporto con il virtuale (Giacomo Zaganelli)

Forse il mondo di ieri non era così idilliaco se, stando alle parole dell’artista Yao Yui Chung, a farla da padrona era la depersonalizzazione psicofisica. La corporeità osservava ma la mente era altrove, virtualmente connessa in spazi inesistenti che incanalavano la sua concentrazione. «Questa non è vita», aggiunge, e i numerosi casi di otaku (giovani ossessionati da videogiochi, manga e anime) e hikikomori (reclusi in camera davanti al pc che non vogliono più uscire) completamente assorbiti dalla realtà virtuale confermano quest’alienazione.

E’ scioccante. Mi chiedo il motivo di tutto questa deriva che allontana dalla vita vera verso qualcosa di assente.  Stiamo gradualmente perdendo la capacità di percepire la realtà (Tien Ming Chang, professore di storia dell’arte)

Der Wald, 2019, courtesy Antje Majewski, OnLife

Lo scopo di OnLife è riprendere sprazzi in cui la personalità, ieri come oggi, cerca di trovare un ordine, nel perenne dialogo tra il Sè e il mondo. Ogni artista presenta quasi una filosofia, una piccola visione, che proietta i contorni che la nuova cosmogonia (nascita del mondo) potrebbe avere un domani dopo l’uscita dall’emergenza. Essere consapevoli dei propri obiettivi e valori è fondamentale per evitare di approcciarsi al nuovo senza finire come le litografie monocrome riprese sul finale del video di Antje Majewski. Riscoprirsi ascoltatori sinceri delle proprie contraddizioni e al contempo silenti spettatori dei suoni naturali onomatopeici, come Jack Kerouac a Big Sur, significa liberarsi di quei feticci incartapecoriti che davano ieri un’illusione di certezza e controllo ma che ormai, dietro il velo, non nascondono (più) niente.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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