I grandi classici – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

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A sentirlo raccontare, magari da chi ne ha visto soltanto la pur ottima trasposizione cinematografica con lo splendido Richard Dreyfuss, giù giù fino a chi ne ha solo sentito parlare, sembra un romanzo di avventura. Magari non proprio alla Salgari, magari il modello potrebbe essere Kipling. Soprattutto, sembra che la maggior parte della trama sia incentrata sulla caccia, sull’inseguimento, sulle uccisioni. Quasi come un brutto western, di quando gli indiani erano sempre e solo i cattivi. Perché è uno di quei libri che tutti dicono di aver letto, e complice il fatto di avere meno di 150 pagine in qualsiasi formato sia, saresti quasi tentato di crederci. Il fatto è che Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è solo in parte incentrato sulla caccia al tigrillo impazzito di dolore, come sembra a sentirne la quasi totalità dei descrizioni.

Non che sia del tutto sbagliato, intendiamoci, ché effettivamente la Storia del romanzo che Luis Sepùlveda ci ha consegnato, e che ha consegnato Luis Sepùlveda al mondo, ruota effettivamente intorno alla caccia che Antonio José Bolivar Proano, abitante a El Idillio, giungla amazzonica ecuadoregna, conduce per neutralizzare una femmina di tigrillo. Echi à la Melville? Assolutamente no, perché Antonio José Bolivar insegue la sua preda controvoglia, poco convinto e per giunta con una ciurma al seguito che gli è assai più di intralcio che di aiuto – e per giunta sottoposto ad una specie di ricatto da parte del componente principale della spedizione, un sindaco corrotto, corruttore e imbelle dello La Lumaca.

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è intriso di un umorismo ironico in sintonia con la tradizione della filosofia di vita sudamericana, che viene meno soltanto in presenza della pietas per le vittime del tigrillo, o quanto vengono toccati i tempi fondamentali del romanzo. Il quale, si scopre leggendolo per davvero, ha soprattutto fortissime valenze antropologiche, quando illustra lo stile di vita e la cultura, usi e costumi e credenze degli indigeni, gli shuar (compresi alcuni passaggi sull’uso e la valenza delle sostanze stupefacenti naturali, che ricordano più Castaneda che Marquez); sempre col massimo rispetto, con ammirazione per il loro semplice coraggio e per la naturale profondità della comunione con l’ambiente.

e ambientaliste, nelle numerose pagine che illustrano con dovizia di particolari (ancorché con la semplicità sintattica e lessicale tipica di Sepùlveda) la ricchezza e la bellezza dell’habitat amazzonico – pagine che illustrano altrettanto bene i pericoli connessi all’avida presenza dei gringos.

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore trasuda anche spirito anarchico, nell’illustrazione della presenza parassitica del Governo, vaga entità la cui presenza si sente e rivela solo in corrispondenza dell’esazione di tributi spesso incomprensibili; e presenta anche un ampio spazio apologetico a favore della cultura e della lettura, che viene dipinta sia come un meccanismo di liberazione che come piacere e soluzione alle brutture dell’esistenza:

Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante della sua vita.

Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia

E contro la solitudine, potremmo aggiungere, soprattutto ricordando il qui pro quo, in verità non raro che scambia Sepùlveda per l’autore di Cent’anni di solitudine. Con Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Sepùlveda inizia il processo che lo porterà a dare per oltre trent’anni voce a chi non ha voce.

Per strano che possa sembrare, sentendo parlare (spesso a vanvera, d’accordo) de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore non viene menzionata molto spesso la tematica della morte. Eppure la Grande Parificatrice aleggia sull’intero romanzo, come pure sulla durezza dell’ambiente amazzonico, che noi bolsi gringos non esiteremmo a definire al limite o proibitiva. Eppure, non c’è nulla di duro o proibitivo nell’oggettiva asprezza delle condizioni ambientali della foreste, né negli animali che la popolano. In un’ottica quasi panteistica, la morte è semplicemente nell’ordine delle cose: l’intervento morale deve subentrare solo quando essa è il frutto dell’interazione umana: a quel punto, bisogna badare a che non si tratti di un evento inutile, o che essa non venga «sporcata dal dolore».

Come nel caso del tigrillo: che è una femmina, impazzita dal dolore perché un gringo le ha ucciso la cucciolata – senza ragione né utilità – e il maschio. Già altre belve, romanzesche e cinematografiche, hanno ruggito Non ho versato io il primo sangue!, che è proprio quello che sembra dire il tigrillo; mentre alla fine conosciamo il dolore, il vero dolore, attraverso le lacrime del guerriero (nel solo senso nobile del termine) Antonio José Bolivar, che riscattano la follia della caccia mortale di tutti gli Achab bel mondo.

Perché ci sarebbe ancora da dire della dualità più profonda tra Antonio José Bolivar e il tigrillo, per capire bene Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, il doppio e lo specchio, il duello e la cavalleria. Ma è meglio leggerlo, questo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. O, al limite, rileggerlo.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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