Ikebana 生け花, l’arte giapponese di dare vita ai fiori

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Hanno un tono pacato, le persone, quando realizzano l’Ikebana 生け花, l’‘arte giapponese di disporre i fiori a seconda di quel che si vuole comunicare. Non esiste una configurazione perfetta o necessariamente più bella di altre, ma la nuova vita che si vuole attribuire ai fiori e al loro significato simbolico. L’ikebana si pratica dal 600, quando era realizzata nei templi buddhisti, ma fu anche una tecnica praticata dai samurai, i quali necessitavano di un momento di stacco mentale prima di affrontare gli scontri. Concentrazione, dedizione, contatto con quel che di sè si vuole comunicare all’esterno, e infine la realizzazione di una piccola opera d’arte che ha in sè un grande messaggio. I fiori possono essere belli o esteticamente meno invitanti, ma una volta realizzata la composizione, il prodotto viene esposto al mondo come una manifestazione di sè. Solitamente, l’Ikebana compare nelle case durante la cerimonia del tè.

. Corolle e petali sontuosi di contrappongono a rami ossuti e contorti in irregolari vasi d’argilla, e questo gioco di chiaroscuri non fa che accrescere la bellezza del tutto (Erin Niimi Longhurst, Japonisme)

Occorrono almeno tre elementi per dare vita all’Ikebana:

Shin: il fiore (o il ramo) più alto. Si estende in verticale e simboleggia il cielo, la percezione immaginaria di quel che ancora non possiamo afferrare ma “solo” immaginare

Soe: è il fiore intermedio, generalmente più appariscente degli altri, e rappresenta l’uomo. Intermediario tra il cielo inconoscibile nella sua totalità e la terra su salda su cui poggia i piedi, osserva la prospettiva che gli si trova dinanzi, in questo momento, in questo luogo, in presenza o assenza di persone e stimoli

Tai (o Hikae): richiama la terra, la costante che fornisce una sensazione di equilibrio ed è connessa alle radici, che all’umanità e alla natura hanno dato la vita

Unendo questi tre elementi si può realizzare l’Ikebana, che permette di riscoprirsi creativi e originare composizioni innovative (come nel caso del Jiyuka, in cui i fiori sono inseriti nel vaso senza schemi già decisi da altri) oppure riconoscersi nelle simmetrie preesistenti (come nel Moribana, che consiste in un procedimento complesso in cui la specifica disposizione dello Shin, Soe e Tai genera un riflesso nell’acqua) oppure optare per una via di mezzo: è il caso del Nageire, che in un vaso alto concilia la fantasia delle combinazioni di fiori a scelta.

L’importante è partire sempre dallo Shin (il ramo più lungo), per poi occuparsi poi di tutto il resto. La teoria psicologica della restorativeness sembra confermare quel che la pratica giapponese racconta con la disposizione armonica dei fiori: la natura, nelle sue differenti e infinite combinazioni, già indagate o ancora da scoprire, è una risorsa per l’essere umano. In natura, a contatto con gli spazi verdi, egli finisce per percepire l’essenzialità di Sè e della propria storia non solo individuale ma collettiva, ed esperisce un senso di benessere che allontana momentaneamente lo stell (con i livelli di cortisolo che in presenza di piante si bassa notevolmente).

Trasmettere al mondo parti della propria personalità e dello stato d’animo passeggero non può che essere un passo creativo per onorare la bellezza, di sè, del proprio pensiero e del mondo, che nell’estetica provoca sempre sensazioni positive e riconciliative con la vera immagine di sè.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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