Oltre la soglia: viaggio nelle stanze dei grandi artisti

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Mai come in questi giorni di permanenza forzata nelle nostre case, ci stiamo rendendo conto di come esse ci rappresentino, di quanto sia possibile per ciascuno di noi ritrovarsi nei piccoli oggetti lasciati in disordine sui mobili, nei quadri appesi alle pareti, nell’arredamento stesso. 

È come se esse fossero abitate da due anime: una esteriore, un po’ più fredda, immutabile; una interiore, che cambia nel tempo, avvicinandosi all’individualità di chi le vive. Forse è questo che ha spinto molti pittori, anche del passato, a misurarsi con la rappresentazione di ambienti domestici, dando importanza, a volte, al loro aspetto realistico, altre al simbolismo, con cui era possibile richiamare lo stato d’animo dell’artista stesso.

Sicuramente, in questo genere di dipinti, spicca per fama “La camera di Arles” firmata Vincent Van Gogh. 

Vincent Van Gogh, La stanza ad Arles

Ci troviamo nel 1888, circa due anni prima della misteriosa morte dell’artista olandese. Vincent ha appena posto fine al suo soggiorno parigino, anche per la convivenza ormai quasi impossibile con il fratello Theo, e si è trasferito nel borgo provenzale di Arles: era già da tempo che desiderava visitare il sud della Francia, per studiare la luce tipica dei luoghi meridionali, l’unica in grado di donare più colore alla realtà.  Qui, il pittore prende in affitto una stanza alla pensione Carrel, che renderà poi celebre nella tela “La casa gialla”. Ironia della sorte, dovrà affrontare un inverno insolitamente freddo e tetro, ma, infine, giunge la primavera e Van Gogh trova quella luce particolare che ricerca e che gli permette di produrre ben duecento dipinti, alcuni dei quali vengono oggi annoverati tra le sue opere maggiori. Tra questi vi è, senza dubbio, “La camera ad Arles”, dipinta in tre versioni tra il 1888 e il 1889.

Dalle lettere a Theo, che spesso ci vengono in aiuto per un’interpretazione corretta, apprendiamo che, dipingendo la camera affittata, Vincent voleva confrontarsi con una rappresentazione semplice della realtà, infondendovi un senso di calma grazie all’uso di colori insoliti: “questa volta si tratta semplicemente della mia camera, ma qui è il colore che ha il ruolo principale e, attraverso la sua semplificazione, deve rappresentare l’idea del riposo e della tranquillità. Insomma, osservare il dipinto dovrebbe riposare la mente, o, almeno, l’immaginazione”. Nel quadro, infatti, troviamo tinte tenui, pastello, colori primari accostati ai loro complementari, a spiccare su tutto è la tinta rossa della coperta sul letto, che, tuttavia, colpisce l’occhio senza turbarlo. Concorrono a creare un senso di serenità gli oggetti quotidiani disposti nella stanza: troviamo il necessario per l’igiene quotidiana su un tavolino, dietro la spalliera del letto sono appesi degli abiti e il famosissimo cappello di paglia con cui Vincent si era ritratto poco prima, alle pareti delle stampe (forse un richiamo alla passione per il Giappone) si alternano a quadri e autoritratti dell’artista. Tutto è famigliare e rassicurante e anche la gestione dello spazio concorre a questa sensazione: non abbiamo una divisione regolare dell’ambiente, ma più punti di vista che coesistono ( le sedie sono viste dall’alto, il letto appare quasi rialzato, il tavolino ha una prospettiva angolare), al fine di creare una maggiore partecipazione emotiva nell’osservatore, il quale si trova trasportato al centro del dipinto stesso.

In quest’opera Van Gogh riesce ad usare magistralmente colore e spazi, ricreando un luogo intimo dove il suo animo possa trovare riposo psicologico e pace, mostrandoci la sua vera anima forse più che negli autoritratti.

Circa vent’anni dopo, saranno altri due grandissimi artisti a confrontarsi con la rappresentazione delle stanze delle loro case, ottenendo due risultati alquanto distanti tra loro, soprattutto dal punto di vista del messaggio veicolato.

Kandisky, La mia sala da pranzo

Il primo è Kandisky, pittore russo attivo nella prima metà del Novecento, precursore e fondatore della pittura astratta. Nel 1909 diede vita al quadro “La mia sala da pranzo”, dove ritrasse la stanza presente nella sua casa a Murnau in Baviera.  La tela è un concentrato di colori, in cui le forme tendono a svanire e presentare contorni estremamente labili. Questa tecnica non viene qui applicata per veicolare un messaggio collegato allo stato d’animo dell’artista, ma viene utilizzata per lo studio della dissoluzione di  ambienti e personaggi, che il pittore vuole trasformare in simboli e suoni.

Marc Chagall, Interno russo

Nell’opera “Interno russo”, conosciuta anche con il titolo “Il salone del nonno”, emerge, invece, prepotente la volontà del suo autore, Marc Chagall, di rappresentare non solo un ambiente famigliare, ma anche le emozioni che esso rievoca. Anche qui ci troviamo davanti ad oggetti dai contorni non ben definiti, ad una credenza, un vaso di fiori e delle sedie disegnate con tratti labili, come a rendere l’idea del ricordo  sfuocato che a volte si ha di un tempo felice ma lontano. Dalla parete di fondo, in posizione centrale rispetto alla composizione, emergono con forza due cornici contenenti quelle che, probabilmente, sono antiche foto di famiglia. Tutto ci riporta ai temi del ricordo, dell’affetto e dell’intimità famigliare; tutto concorre a renderci partecipi della malinconia profonda dell’artista, forse dovuta anche al suo continuo essere esule nel proprio paese a causa dei difficili anni storici in cui è vissuto. Una soluzione completamente diversa da quella scelta da Kandisky, eppure non distante dal punto di vista del periodo di produzione: siamo sempre nel 1908.

Lichtenstein, Interior with restful paintings

Anche in epoca più recente, il tema di cosa si nasconde oltre la soglia ha affascinato molti artisti: partendo  dalle finestre di Hopper, che mostrano spesso un interno domestico, attraverso le stanze di De Chirico, ricche di elementi che,per antonomasia, dovrebbero trovarsi in un ambiente aperto, a cui fanno da contrasto mobili e suppellettili rappresentati in mezzo alla natura, come in “Mobili nella valle”, si giunge sino a Roy Lichtenstein. Il maestro della pop art americana, nel 1991, ci regalò “Interior with restful paintings”, tela in cui rappresenta una sala più simile alle nostre, moderna, con un arredamento pulito, che gioca sulle linee rette e sul contrasto tra gli eleganti bianco e nero e gli accesi blu e giallo. Ma Lichtenstein si era già misurato, un anno prima, con questo tema, riproducendo, in chiave più moderna, niente meno che “La camera di Arles” di Vincent Van Gogh. Anche qui, i contorni sono sempre più definiti e a prevalere è la linea retta, le sedie sembrano quelle disponibili nelle atelier moderne, gli indumenti dietro al letto si sono trasformati in camicie perfettamente stirate, accanto alle quali, tuttavia, resta presente il cappello di Vincent. Anche i dipinti sulla parete sono restati immodificati, per rendere meglio il richiamo al modello originario.

Se, come diceva Oscar Wilde, “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, forse anche noi usciremo da questo periodo più consapevoli dei piccoli tesori che ci circondano e dei ricordi affettuosi che le nostre case custodiscono.

 

Jenny Barbieri per #MIFACCIODICULTURA

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