I grandi saggi – Su verità e menzogna in senso extramorale, parola di Nietzsche

0 569

Colpisce vedere spot pubblicitari che inneggiano alla serietà dell’informazione – che peraltro se non è seria non è veritiera, e se non è veritiera semplicemente non è informazione – da un lato, colpisce ancora di più vedere contemporaneamente richiami alla censura preventiva che ricordano, nella loro modalità servile, una vendita allo scoperto di mutui subprime. Forse che in questo momento il giornalista è una sorta di giornalista-artista in senso nietzschiano, ossia che propone una sua visione del mondo come giornalismo concettuale, cioè come libera interpretazione, senza preoccuparsi della sua adeguatezza “scientifica”? Nel porci questa domanda abbiamo parafrasato una parte dell’ottimo saggio di Benedetta Zavatta, che completa un testo assolutamente adatto all’incertezza del momento, incerto particolarmente, sembrerebbe, su quello che dovrebbe essere la verità: ci stiamo riferendo al saggio breve di Friedrich Nietzsche, edito da Adelphi, intitolato Su verità e menzogna in senso extramorale.

Trattasi di un agile libello, che contra di una manciata di pagine e che inizialmente il filosofo tenne per sé tanto che venne pubblicato soltanto postumo (per la prima volta nel 1896) pur essendo stato scritto nel 1873, il cui titolo è già una mirabile sintesi del contenuto. Nessun senso morale, quindi: però tutta una serie di colossali fraintendimenti, dovuti alle modalità della fruizione della realtà da parte dell’uomo, che si impone alla creatura umana attraverso un filtro concettuale e linguistico che è falsato dal principio: tutto quello che ne consegue, a valle, non può essere altro che un “frutto dell’albero velenoso”. Del resto, la premessa è «quanto misero, spettrale, fugace, vano e arbitrario sia l’intelletto umano entro la natura»: non desta quindi stupore alcuno che Su verità e menzogna in senso extramorale, sia nato in un momento in cui, Nietzsche stesso ammette, «non credevo più a nulla, nemmeno a Schopernhauer».

Come di consueto, il pensiero nietzschiano è rigoroso: l’intelletto umano è patetico al punto da ritenere, anche nel caso dell’uomo-filosofo, che il mondo ruoti intorno a lui, e tale alterigia porta ad un clamoroso errore di valutazione sul valore dell’esistenza; essendo così debole, come in una sorta di tanatosi l’intelletto deve usare la finzione per conservare l’individuo. Ecco che «l’illudere, l’adulare, il mentire e l’ingannare, il parlar male di qualcuno in sua assenza, il rappresentare, il vivere in uno splendore preso a prestito, il mascherarsi, le convenzioni che nascondono, il far la commedia dinanzi agli altri e a se stessi… costituisce a tal punto la regola e la legge che nulla, si può dire, è più incomprensibile del fatto che fra gli uomini possa sorgere un impulso onesto e puro verso la verità».

Molta più menzogna che verità, quindi. Stranamente, Nietzsche vede però la possibilità di un impulso verso quest’ultima, perché l’uomo vuole esistere socialmente come in un gregge. Ecco che Su verità e menzogna in senso extramorale ci svela l’arcano: data la verità come una designazione delle cose uniformemente data e vincolante, la volontà sociale dell’individuo tende ad attenervisi per non essere escluso dalla società, ma l’uomo non teme la menzogna, soltanto «le conseguenze brutte e ostili di certe specie di inganni», mentre è «disposto addirittura ostilmente verso le verità forse dannose e distruttive». Come volevasi dimostrare, QED.

Ecco l’assoluta attualità di un libello del 1873. L’assoluta universalità, invece, subentra quando l’autore inizia a disquisire sulla natura delle cose, che non è assoluta, universale, oggettiva; e che deve essere espressa dal linguaggio, che non è più adeguato dei sensi, anzi. Ecco che tutto ciò che possiamo esprimere e su cui possiamo ragionare non è altro che il prodotto di filtri concettuali e metafore: «nelle parole non ha mai importanza la verità, né un’espressione adeguata. La “cosa in sé” (la verità pura e priva di conseguenze consisterebbe appunto in ciò) è d’altronde del tutto inafferrabile per colui che crea il linguaggio».

Non è possibile dilungarsi troppo a dissertare riguardo Su verità e menzogna in senso extramorale, altrimenti rischieremmo di “spoilerare” eccessivamente quest’importante quarantina scarsa di pagine. Diciamo solo che non si può, alla luce di quanto ci circonda, non concordare sul fatto che la verità non è, infine, nulla più che un abile utilizzo delle metafore usuali e socialmente accettate, il che sostanzialmente coincide «col mentire secondo una salda convenzione in uno stile vincolante per tutti… senza turbare mai l’ordinamento di caste e la serie gerarchica delle classi».

In un’ultima analisi, quindi, ogni percezione, compresa quella di verità e menzogna, dovrebbe trovare una misura in base al criterio della percezione esatta,

cioè in base ad un criterio che non esiste

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.