Scrivere fra le tenebre: José Saramago, tra eresie e premi Nobel

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Il conflitto tra luce, oscurità, vista e cecità (Cecità, 1994; Saggio sulla lucidità, 2005; Lucernario, 2012) è sempre stato un tema estremamente caro a José de Sousa Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010), scrittore proveniente dai margini, tanto del continente europeo quanto dai margini delle latitudini linguistiche romanze. In un celebre e delicato verso, infatti, il poeta Olavo Bilac definisce la lingua portoghese come «l’ultimo fiore della latinità, incolto e bello». Ed sono proprio le flessuose sonorità lusitane che Saramago piega sotto lo scorrere della sua penna per creare quelle metafore, quei mondi, quello stile e quella (non)ortografia che gli sono valsi il premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Nella motivazione per il premio si fa esplicita menzione di questo tratto caratteristico:

Perché con parabole, sostenute dall’immaginazione, dalla compassione e dall’ironia ci permette continuamente di conoscere realtà difficili da interpretare.

Saramago

In vero, Saramago ci permette di afferrare forse per la prima volta orizzonti di senso sfuggenti e schivi, appunto difficili da interpretare. Sono queste nuove e oscure percezioni del mondo reale che lo scrittore tenta di illuminare con una gamma cromatica altra, con giochi di luce e ombre diversi.

«Noi scrittori e artisti lavoriamo nelle tenebre, e come ciechi soppesiamo l’oscurità»: in questa dichiarazione non tanto di poetica quando di ontologia poetica, Saramago, riprendendo il tema delle luci e delle ombre, sembra voler dire che chi si muove nell’arte è costretto sempre a fare i conti con l’oscurità. Ma quale oscurità? Quella dell’anima o quella del mondo? Quella dell’oscurantismo politico e del pensiero contro cui si è scagliato per tutta la sua vita? Forse. Certo è che per Saramago lo scrittore, così come l’artista, sembra essere destinato a un lavoro doloroso, reso tragico dallo scontro con una realtà materiale ottusa, superficiale e in perenne antagonismo con il suo bisogno di verità e chiarezza. La letteratura di Saramago è una narrativa di chiaroscuri, una prosa fatta di lotte tra luce e ombre, la luce della pagina scritta e le ombre di ciò che ne rimane fuori, le ombre dei dogmi, le ombre delle paure e le luci del pensiero e delle riflessioni.

I romanzi di Saramago sembrano essere alla ricerca di una via per dissipare le oscurità del mondo contemporaneo, distratto e indifferente a tutto ciò che è analisi profonda e interrelazione sociale. Parte di questa disillusione è dovuta alla rassegnazione dell’autore a un mondo poco interessato alla riflessione politica, a una dimensione del pensiero, quindi, a lui molto cara e per la quale ha sempre lottato. Ha affrontato critiche di antisemitismo per le sue prese di posizione contro la politica aggressiva di Israele e di eresia per il suo vibrante ateismo che lo ha portato a criticare papa Benedetto XVI accusato di cinismo così come la Chiesa Cattolica, rea di una “insolenza reazionaria” che va combattuta solo con “l’insolenza dell’intelligenza viva“. Non sono mancate le critiche per un ex politico italiano, Berlusconi, derubricato a livello di “cosa”; a proposito del quale Saramago rievoca la prima Catilinaria di Cicerone reso in portoghese «Até quando, Berlusconi, abusarás de nossa paciência?»

Pertanto, i confini tra uomo politico, attivista politico, uomo di lettere e premio Nobel (anche Prémio Camões nel 1995, il premio portoghese più prestigioso per la letteratura) non sono netti, essi si mescolano e si confondono andando a creare comunque solo una piccola parte dell’uomo José Saramago capace di profonde riflessioni e di elevatissimi sentimenti, come il bellissimo amore per la sua traduttrice Pilar del Rio.

Nonostante tutto queste critiche, questi asti, questi conflitti resta la sua letteratura. Grande, maestosa, densa ed estesa, come le pianure del suo Alentejo. I suoi romanzi spaziano nelle dimensioni immaginate (La zattera di pietra, 1986), nelle esistenze improbabili (Le intermittenze della morte, 2005), nelle riscritture di nuove voci (L’anno della morte di Ricardo Reis, 1984 e Il vangelo Secondo Gesù Cristo, 1991) nelle cartografie del passato e nei viaggi per ricercare un vivo presente (Viaggio in Portogallo, 1981; Una terra chiamata Alentejo, 1990; Il viaggio dell’Elefante, 2008).

Forse, José Saramago può far riflettere, tra le molte cose, su come la letteratura, malgrado il legame con la storia e la politica, sia qualcosa che meriti di trascendere il cicaleccio di critiche stantie, fatte di preconcetti, qualcosa che meriti di andare oltre la dimensione politica per abbracciare quella artistica. Come ebbe a dire il poeta portoghese, Manuel Alegre a proposito delle critiche rivolte allo scrittore:

Questa è una storia portoghese piena di preconcetti e di fantasmi. In primo luogo è doveroso leggere il libro di José Saramago. Lui è un grande scrittore, ma sembra che non si perdoni a Saramago di essere un grande scrittore di lingua portoghese, di essere un premio Nobel e di non essere un uomo religioso. 

Queste le oscurità che lo scrittore lusitano ha dovuto soppesare, queste le oscurità che ha sconfitto.

Antonia Ruspolini per MIfacciodiCultura

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