Thoreau e Stendhal: le città e la natura come invenzione di sè

0 243

Quando nel 1816 Stendhal ricevette la licenza e capì di poter finalmente intraprendere il sospirato viaggio in Italia, commentò così il suo stato d’animo: «Ero felice allora, avevo 26 anni e non c’è nulla che io rispetti al mondo più della felicità». Nel racconto Walden. Vita nel bosco (1854), Henry David Thoeau scrisse «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita […] Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita». Stendhal pregustò l’autenticità di poter camminare come un flaneur (turista che passeggia senza meta) per le grandi città d’Italia, da Firenze in cui svilupperà la sindrome al’ancor troppo papista Roma fino alla bellezza milanese al suo culmine alla Scala, mentre il filosofo statunitense si dichiarò invece felice solo se della sua vita avesse fatto un capolavoro, evitando una «vita in quieta disperazione».

natura s. f. [lat. natūra, der. di natus, part. pass. di nasci «nascere»]. – 1. Il sistema totale degli esseri viventi, animali e vegetali, e delle cose inanimate, che presentano un ordine, realizzano dei tipi e si formano secondo leggi. — 2. Con riferimento a uomini, animali o cose, condizione o modo di essere originario, primitivo, intrinseco e che costituisce carattere fondamentale e stabile di una collettività o di un determinato tipo.

Sono state ricercate diverse modalità per definire la felicità, ma nonsotante i numerosi studi, una definizione comune non è ancora stata trovata (si è passati dal considerare sinonimo di felicità predittori quali il reddito, la formazione di una famiglia, la presenza di spazi verdi fino addirittura alla capienza della casa per poi, più recentemente, soffermarsi su indicatori intersoggettivi e divergenti da persona a persona), eppure qualcosa di certo esiste: la natura è de sempre e continua ad essere il luogo per eccellenza in cui l’istinto rifugge quando vuole immergersi nella primigenia realtà. Quella che per i greci nella cosmogonia (origine del mondo) era la scacchiera osservata dagli dei, che passavano le giornate ad osservare gli uomini raminghi formarsi, crescere e distruggersi a cicli alterni (spesso modificati dallo zampino di qualcuno dall’Olimpo). Non è che sia cambiato molto da allora, e di questo si rese conto Thoreau quando, dal 1845 al 1847, scelse di andare a vivere in una capanna presso il lago Walden (da qui il nome dell’omonimo racconto autobiografico). Sugli dei forse sì, non si crede più alla belelzza di Afrodite (o Venere) o alla potenza di Zeus (o Giove), eppure al cospetto di quel che lo circonda, l’uomo si ritrova inerme ad osservare e, alcune volte, a raccontare i suoni, i rumori, gli odori che lo avvolgono.

Nel lago, il ghiaccio non s’era ancora disciolto, sebbene ci fossero spazi aperti, e tutto era di colore scuro e saturo d’acqua. Ci furono leggere tempeste di neve, i giorni in cui lavoravo in quei luoghi, ma quando, tornando a casa, uscivo di là e mi dirigevo verso la ferrovia, i gialli monticelli di sabbia si stendevano scintillanti nell’atmosfera un po’ nebbiosa e le rotaie rilucevano nel sole primaverile, e allora io udivo l’allodola, il vanello e altri uccelli che erano già venuti a cominciare un altro anno con noi. Erano bei giorni di primavera, nei quali «l’inverno dell’umano scontento» si sgelava come la terra, e la vita — che fino allora aveva torpito — incominciava a risvegliarsi (Thoreau)

Chris McCandless

Una descrizione che ricorda molto il pre citato autore de Le rouge et le noir, il quale nella sua permanenza in Germania prima del viaggio in Italia scrisse «il vento del Nord m’impedisce di provar piacere. La Selva Nera è triste e solenne. Il verde scuro dei suoi abeti fa un bel contrasto con il biancore accecante della neve». Ma afferma anche che «per il cuore niente». Al cospetto della natura sublime (estremamente affascinante ma allo stempo terrificante), che primigenia esiste da sempre e conserva le memorie e le cerimonie degli uomini per affrontare gli ardori e sopravvivere alle paure, ci si ritrova inventori della propria consapevolezza del mondo. Nella prefazione al libro Diari. Roma, Napoli e Firenze, Carlo Levi scrisse che Stendhal non fu un autore di finzione bensì di invenzione, perchè inventò letteralmente il mondo intorno a lui. Lo osservò coi suoi occhi ma lo caricò talmente di spunti emozionali propri che ne plasmò un gioiello letterario che mai diverrà anacronistico. Così come il Walden di Thoreau, che per raccontare la natura e i suoi cicli identici, anticipò di duecento anni il concetto di libertà tra sè e spazio raccontato da Chris McCandless, che in Alaska trovò la sua via di fuga, o di (r)esistenza dal mondo.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.