A contatto con gli spazi silenziosi: il compromesso, da Frida a de Chirico

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Che andrà tutto bene lo stanno dicendo dappertutto, negli spot televisivi così come nelle dichiarazioni rilasciate da politici, scrittori, artisti, persone comuni. Eppure, ben lontane dalle teorie consolatorie e brancolanti verso un picco di discesa, andrà tutto bene nonostante le difficoltà che questa situazione ha instillato a forza dentro le apparentemente noiose e monocromatiche quotidianità di ieri. Siamo usciti dal Medioevo così come dalle guerre mondiali, ma per adesso ci siamo ancora immersi dentro, e come ci relazioniamo con gli spazi, percepiti diversamente a seconda delle diverse condizioni e personalità?

La convivenza con la propria fisicità limitata/ malesseri

Non poter uscire di casa, essere bloccati tra il salotto e la camera da letto: ecco quel che accadde alla pittrice nonchè poetessa messicana Frida Kahlo. Giovanissima, il 17 settembre 1925 all’età di appena 18 anni, subì un incidente e fu costretta a casa per mesi.

la colonna vertebrale le si spezzò in tre punti nella regione lombare; si frantumò il collo del femore e le costole; la gamba sinistra riportò 11 fratture e il passamano dell’autobus le trafisse l’anca sinistra; il piede destro rimase slogato e schiacciato; la spalla sinistra restò lussata e l’osso pelvico spezzato in tre punti. Subì 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato 

Non guarì mai del tutto, ma nonostante il quadro psicofisico andasse migliorando, Frida non superò mai del tutto l’impotenza. Inventò, però, un marchingegno per condensare l’impotenza e proiettarla sotto forma di colori.  Con la sua verità nuda e cruda, senza filtri, circondata da colori vivaci e allegri come sanno essere quelli messicani persino durante la festa dei morti, posizionò il suo corpo a pezzi entro le linearità definite di una tela.

La sua fisicità, all’apparenza avvenente, rivela in realtà una Colonna rotta (1955),  pur sempre immobile nell’osservare la sua condizione, che ferisce con la potenza di tanti piccoli chiodi il cui martellare è perpetuo, ma altrettanto viva nello sguardo. Quale destino poteva esserci dietro quell’incidente, che si plasmò la sua arte in maniera inimitabile, ma le cambiò irrimediabilmetne la vita?.

Ananke: termine greco che indica il destino, la necessità che qualcosa avvenga (Luciano De Crescenzo, I miti della guerra di Troia)

Relazione tra spazi vuoti interni ed esterni

Esistono gli spazi, certamente, ma soprattutto la percezione che le persone ne hanno. La psicologia ambientale parla di territorialità riferendosi sia alle caratteristiche fisiche (ad esempio cartelli, cancelli, citofoni) che vengono interposti tra la persona e l’ambiente per marcare l’appartenenza, ma anche altre di tipo emotivo (place identity). Come se ci fosse una caverna primigenia con un’identità egocentrica da conservare, si tende a voler proteggere il piccolo mondo, arredato con parti selezionate di sè e del garbuglio col mondo, ma cosa accade quando ci si ritrova obbligatoriamente relegati dentro? Anche in questo caso, l’arte figurativa ha già trattato tematiche universali: il dialogo con l’altro e il vuoto che in qualche maniera viene a crearsi, nel momento in cui non viene sostituito dal frastuono (che si respira, ad esempio, negli scatti in bianco e nero di Robert Frank o di Elliott Erwitt, quanto mai vivi nel loro bianco e nero).

Elliott Erwitt, Francia, Parigi, 1989

Del dialogo con il silenzio e il vuoto si fece protavoce per eccellenza Edward Hopper, che con le sue case che tanto ricordano il contrasto tra gli acquarellosi colori accesi (in primis il rosso ma anche il blu oltremare) e i bianchi pallidi o con qualche spruzzata di giallo limone, raccontò le vicende quotidiane di diversi personaggi. E il bello è che di questi non si sa niente, è la fantasia che arriva a crearne le storie. In merito ai paesaggi vuoti, che tanto sembrano attuali, ineguagliabile è il contributo di Giorgio de Chirico, che della metafisica addormentata nelle piazze assolate in preda del solleone (dalle Piazze d’Italia a Enigma di un pomeriggio d’autunno con lo stupore davanti a Santa Croce, la stessa che fece sentir male Stendhal per la troppa bellezza) fece il suo baluardo d’artista.  Al massimo c’è un omino di gomma fusa che, sfuggito ai Diari dell’artista greco, spia e poi dialoga con qualche natura morta collocata in un paesaggio di città. L’ora è statica, le mitologie respirano algide nella loro eternità.

Niente ci può far credere che alcune cose abituali non contengano, virtualmente, una maggiore meravigliosità di quella che alcuni cercano nelle avventure e negli spettacoli più singolari. (…) Noi viviamo in mezzo a delle cose che non ci sembrano miracoli unicamente perché si ripetono troppo. (…) Noi siamo abituati a questa esistenza e a questo mondo, non ne sappiamo più vedere le ombre, gli abissi, gli enigmi, le tragedie e ci vogliono ormai degli spiriti straordinari per scoprire i segreti delle cose ordinarie. Vedere il mondo comune in modo non comune.” (Giovanni Papini, Il tragico quotidiano, 1906)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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