I Grandi Classici – “Dizionario dei Luoghi comuni”, la feroce ironia di Flaubert verso la borghesia arriva sino a noi

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Ne siamo convinti, ben pochi ricorderanno un grande umorista, proprio nel più elevatamente pirandelliano senso del termine, dal nome di Umberto Domina, scomparso nel 2006 dopo averci lasciato una serie di libri divertentissimi ed altre amenità, tra cui un brillante Morti di Nebbia: questo romanzo ad episodi è incentrato sui luoghi comuni, vero e proprio morbo umanistico che determina la morte dello spirito in una sorta, appunto, di nebbia. Nebbia milanese, ovviamente, ché stiamo parlando non a caso di luoghi comuni: Domina, nella sua esposizione, è brillante, ma lo abbiamo detto e lo ripetiamo, non si inventa nulla, ed anche questa o lavoro, che andrebbe riscoperto, altro non è in fondo che la rivisitazione, o la conseguenza, di un Grande Classico quale il Dizionario dei Luoghi Comuni, di Gustave Flaubert.

I Grandi Classici - Dizionario dei Luoghi comuni, la feroce ironia di Flaubert verso la borghesia arriva sino a noi
Gustave Flaubert

Bisogna ammetterlo: anche a sentire “Flaubert” scatta il riflesso pavloviano “Madame Bovary“: perché il luogo comune è come la corrispondenza biunivoca dell’insiemistica, soprattutto se delle cose non si ha una conoscenza approfondita ma una semplice – infarinatura, ovviamente. Il luogo comune, che Flaubert aveva abbinato alle “idee chic”, sorta di prontuario degli argomenti accettabili e come svolgerli per piacere nel bel mondo, è figlio della povertà lessicale ed intellettuale, che sono a loro volta nonni del populismo. Su tutto, aleggia una pigrizia letale, una delle conseguenze della quale sono i proverbi e la saggezza popolare, e poco importa che raccogliendo saggezze ci si potrebbe accorgere che quasi sempre esse sono contraddittorie.

Non sappiamo, in realtà, cosa esattamente mosse Gustave Flaubert, a metà dell’Ottocento, a stendere questo Dizionario dei Luoghi Comuni: non c’era ancora la televisione e per la verità nemmeno il cinema (che quanto a fucina di luoghi comuni, la Settima Arte soprattutto hollywoodiana non scherza affatto): soprattutto, non erano nemmeno nell’empireo delle idee un flagello come il web ed i suoi figli ritardati, i social, che di luoghi comuni sono farciti grazie all’indefesso lavoro degli analfabeti funzionali. Ne prendiamo comunque atto: un grandissimo scrittore francese che si muove ad ira, disgusto o scherno, e che riempi pagine e pagine di frasi fatte, argomenti da botta e risposta, locuzioni da ciance salottiere (oggi potremmo dire da happy hour), specchio di un desiderio borghese (sempre più piccino) di apparire aggiornati senza fare reale fatica, di sembrare persone di provata esperienza senza rischio alcuno, nell’ansia di piacere a tutti senza dire assolutamente nulla, un po’ come un calciatore durante un’intervista.

Un salotto borghese parigino

Le nostre strade sono piene, oltre che di scemi che si muovono, anche di persone che non possono sentire la parola “oliva” senza completare “taggiasca”: cipolla-di Tropea, Brunello-di Montalcino, convinti che ciò li renda automaticamente dei gourmet. Naturalmente, questo è il minimo della pena: buonisti e italioti guidano orde di luoghi comuni e semplificazioni, scie chimiche e NWO sono l’evoluzione peggiorativa del catalogo di Flaubert a cui tutti possiamo aggiungere lemmi e lemmi di stereotipia, quella per cui Svizzera = cioccolata ed emmental, e l’Italia spaghetti e Mandolino con buona pace del signor G.

Ovviamente, nella nostra realtà dove la media delle parole conosciute è circa 2000 (la gorilla Koko ne conosce circa 250), il Dizionario dei Luoghi Comuni flaubertiano ha delle sacche di obsolescenza: pure, raggiunge livelli di comicità sublime in lemmi come «ACHILLE: aggiungere “dal piè veloce” fa credere che si sia letto Omero».

Dove domina il luogo comune, manca la logica e d’altra parte i MEME ci avvertono di continuo che “dove la stupidità grida, l’intelligenza tace“: è vero dunque che Flaubert può dirsi il massimo catalogatore della stupidità? Lo stupido, «in Flaubert, più che uno stupido è soprattutto un conformista. È il ripetitore convinto, entusiasta, di ciò che è già stato detto, che non è pensato e definito secondo i crismi del giudizio personale o dell’esperienza, ma solamente per poter stare rispettabilmente in società con l’inoffensiva cordialità delle opinioni condivise. Meglio: delle parole condivise, quelle che producono il suono confortante del già udito». Un tanto, da una brillante prefazione di Michele Serra ad un’edizione del Dizionario dei Luoghi Comuni, che consigliamo vivamente di cercare preferenzialmente per l’acquisto.

Un esempio di meme

Il Dizionario dei Luoghi Comuni ci fa sorridere ed è di stretta attualità, concettualmente parlando: non ha senso, per la brevità dell’opera in generale e della sintassi in particolare, parlare dello stile letterario. Quello che colpirà il lettore, invece, sarà lo spirito sarcastico che aleggia un po’ ovunque, ad esempio alla voce ARCHIMEDE quando chiude «C’è anche la vite di Archimede ma non si è tenuti a sapere che cos’è».

Nel trionfo dalla banalità e nel falò della vanità, è chiaro risiede poi l’humus dell’odio per la diversità, l’epistemofobia, la bramosia di appiattimento (di cui l’Europa della UE è endemicamente malata) porta al depauperamento artistico, intellettuale, culturale e al pensiero unico, che tanto male sta facendo e più ancora è destinato a farne, anche quando come in Diego Fusaro si maschera da anticonformista vestendosi da Bertrand Russell.

Su tutto, il disprezzo di Flaubert per questi borghesi benpensanti, per questi moralisti bacchettoni, per questi escluditori professionisti, questi propugnatori della disuguaglianza: se il Dizionario dei Luoghi Comuni non dovesse giocoforza seguire un ordine alfabetico, dovrebbe terminare idealmente con la voce simbolo del cinismo di questa gente senza cuore: «BAMBINI – ostentare una tenerezza lirica verso di loro quando c’è gente».

Alla fine della lettura di Dizionario dei Luoghi Comuni colgono diverse tentazioni: quella di iniziare ad elaborare il proprio Dizionario aggiornato ai nostri tempi , inveendo contro i tempora ed i mores, contro i nostri salotti e le nostre olgettine e la comunicazione di massa. Ma a ben leggere, Flaubert ci mette anche sull’avviso e ammonisce a non abbassare la guardia, poiché nessuno è esente da cellule di stupidità: la quale contamina tutti, e purtroppo è un morbo per il quale non esiste un vaccino – e se esistesse, molti si rifiuterebbero di farsi vaccinare, comunque.

Essere stupido, egoista e godere di buona salute sono le tre condizioni per essere felice. Tuttavia, se manca la stupidità, tutto è perduto.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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